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Prove della redazione

Test Kawasaki KLE 500: quando l’abito non fa il monaco

Roberto Ungaro
di Roberto Ungaro il 26/02/2026 in Prove della redazione
Test Kawasaki KLE 500: quando l’abito non fa il monaco
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Primo contatto con la nuova adventure giapponese: prezzo accessibile e tanta sostanza su strada. E' facile e sincera tra le curve, convince ai bassi regimi ma vibra un po'agli alti. Fuoristrada? Meglio se leggero: il meglio di sé lo dà su asfalto

La Kawasaki KLE 500 è la dimostrazione che la semplicità, quando è fatta bene, funziona. Il Giappone non si smentisce: quando fa qualcosa, anche se economico, la resa è ottima. Purché il marketing non crei strane illusioni su quello che la moto è davvero. 

Si parte da 6.340 euro per la base, si arriva a 6.990 per questa versione più accessoriata SE: cruscotto TFT, paramani e paracoppa, frecce a LED, plexiglass più alto. Prezzi onesti per quello che offre.

 

SU STRADA VA DAVVERO BENE

È appagante su asfalto. La posizione di guida è ottima: fianchi stretti e lineari, manubrio alto e largo, piedi liberi, il tallone destro non tocca nel silenziatore quando arretra. La sella a 870 mm da terra sembra più bassa: si tocca bene con entrambe le punte. Cavalletto laterale corto, la moto sta parecchio inclinata.

A parte il rumore al minimo — più da tosaerba che da moto, ma ormai sono tutte così, ringraziamo l'omologazione Euro 5+ — c'è un bel carattere in prima apertura. Ha corpo, c'è una bella timbrica, tra 3.000 e 4.000 giri è proprio piacevole (a memoria è più corposa della CF Moto 450 MT).

È trattabile in basso, riprende da 2.000 giri senza alcuno strappo, zero buchi on-off e attacco del gas preciso. A 5.500 giri (98 km/h indicati) arriva una vibrazione fastidiosa che rimane fino a 7.000 (a 10.000 inizia il fuorigiri). In allungo non si scatena chissachè, ma i bicilindrici di questa cubatura (451 cc) sono così: vanno fatti frullare se si vuole spingere. La rapportatura è corta, meno della CF Moto ma comunque corta. La cosa importante è che in basso, fino a 4.000 giri, c'è sostanza e quindi guidata in punta di forchetta è proprio gradevole.

 

BELLA DA GUIDARE

È facile, intuitiva, va giù rotonda, progressiva, fa quello che vuoi, dove la metti sta. È un 21 pollici molto sincero, e queste gomme IRC, pur se non blasonate, vanno bene. I suoi 194 kg in ordine di marcia sembrano meno in movimento.

Bel cambio, anche se qualche sfollata è capitata. Sospensioni non regolabili, ma la taratura è centrata: né troppo molle né troppo dura, così vai via liscio senza fastidiosi cambi di carico. L'assenza di mappature e controllo di trazione si sente? Assolutamente no. È parte di quella semplicità che in lei appaga.

Frenata a posto, il mordente c'è ed è giusto per il suo carattere. Protezione all'aria buona, solo spalle e braccia rimangono esposte. Il plexI è regolabile ma ci vogliono gli attrezzi, ed è un po' lontano: si creano alcuni vortici.

 

FUORISTRADA? NON E' IL SUO PANE

A dispetto di una triangolazione perfetta che consentirebbe un ottimo controllo in piedi, ha poca luce a terra e un motore "scarico" in basso: non si riesce a farla derapare per curvare di gas. Bisognerebbe dare delle sfrizionate innaturali e comunque il suo twin parallelo gira troppo alto per essere sfruttato dove l'aderenza è precaria. Più sali di cc col bicilindrico in fuoristrada, paradossalmente più godi.

In più, la ruota posteriore da 17 pollici è una scelta prettamente stradale. Come lo scarico basso, voluto per poter montare le borse (a parte se monti l'Akrapovic, che caso più unico che raro non urla come su tutte le altre moto). Però c'è l'ABS disinseribile in modo molto immediato su entrambi gli assi, cosa inusuale.

Diciamo che se vuoi raggiungere la spiaggia più isolata, con lei lo fai molto bene. Ma parliamo di sterrati a fondi compatti. È fuorviante che vengano fatti proclami bellicosi per il mondo rallystico ("life is a rally, ride it") perché lei è e rimane un'ottima moto da strada.

 

IL CERCHIO CHE SI CHIUDE

È evidente che sia un prodotto economico, che siano state fatte scelte poco condivisibili guardando la tendenza attuale (ruota posteriore da 17 pollici, poca luce a terra), che certe finiture siano inferiori a quanto offre oggi la Cina. Ma lei stessa è il frutto del pressing cinese degli ultimi anni. Se i giapponesi vogliono cercare — senza ancora riuscirci — di rimanere competitivi nel prezzo (sopravvivere?), questa è la strada.

Ma la cosa altrettanto certa è che i giapponesi, quando si mettono a fare qualcosa, pur se quel qualcosa costa poco, sei certo che va bene. È un cerchio che si chiude. Nessuna sbavatura, nessun aspetto poco raccordato con tutto il resto.

E lei è così. La semplicità che sposa — ossimoro? — l'efficacia.

Test Kawasaki KLE 500: quando l’abito non fa il monaco
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