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Il maxiraduno di Roma, ovvero: la Vespa come esperienza religiosa

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Il nostro reportage tra i 25mila vespisti che hanno partecipato alla parata di Roma per gli 80 anni dell'icona di Pontedera, sfidando il caldo mortale. Un mondo sfaccettato, internazionale e gioioso, dove il senso di appartenenza trionfa su tutto

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Essere a Roma in questi giorni è come fare un giro d'Italia. E, allargando l'orizzonte, un giro del mondo. Un'orda di Vespe in giro per le strade, coi motori due tempi che rumoreggiano come piccoli trattori ed emanano nuvole (che puzzano o profumano, a seconda dei punti di vista) di gas di scarico che sanno di miscela.

In sella, dal punto di osservazione dei Fori Imperiali e dell'altare della Patria, c'è un'umanità vasta. C'è chi è da solo, chi invece porta dietro di sé il figlio o la figlia. E chi porta la moglie e il figlio, rigorosamente in piedi. C'è chi viene dalla Croazia e decide che fa troppo caldo per portare il casco. E alla fine, come dargli torto? Ma il caldo è un dettaglio. Nonostante i 38 gradi nell'aria e i 100 percepiti sulla pelle.

 

L'ORGOGLIO DI ESSERCI. IN VESPA

Sono venuti qui con le Vespa 98 restaurate o conservate, con le Rally 180 e 200, con le Primavera e le Special 50, con le moderne GTS e le versioni più recenti e il motore hpe. In tanti sono orgogliosamente in sella alla Cosa, ormai sdoganata e diventata una chicca per amatori. Alcuni sono partiti dalla fine del mondo: Nuova Zelanda, Ecuador, Giappone. Altri invece non hanno avuto voglia di organizzare il trasporto della Vespa e se ne sono presa una a noleggio, dopo essere arrivati a Roma in aereo. 

La provenienza, qui, non è un dettaglio. Alla grande parata per cui anche Roma si è fermata e a cui tutti - in primis i turisti che la affollano - hanno dato precedenza assoluta alla Vespa, l'importante è esserci, e dimostrare da dove si viene. I 25mila vespisti giunti da 67 nazioni (il dato lo comunica Piaggio, pare che sia il record assoluto per questo genere di parate) sono qui coi colori del proprio club. I Vespa Club hanno le denominazioni più varie, da quelle altisonanti degli inglesi del Nottingham Knights Scooter Club, fino a quelle del più remoto borgo italiano.

Di tanti è facile capire la provenienza, basta guardare la targa attaccata dietro al veicolo, o riconoscere i bandieroni delle nazioni da cui si sono spinti (sia trainando la Vespa col carrello attaccato all'auto, sia viaggiando su ruote): Albania, Francia, Spagna e Portogallo, ma anche Svizzera e Belgio. Gli svedesi invece sono arrivati a Roma già tre giorni prima della parata: li abbiamo intercettati mercoledì sulla terrazza del Gianicolo, già belli gonfi di birra alle tre del pomeriggio.  

Sullo scudo delle Vespa, campeggiano i colori e i nomi di capitali europee, città lontane e paesi della nostra provincia. Alcuni si sono presentati schierati in forze, come a una parata militare, tutti ordinati e precisi: spiccavano i vespisti di Trinitapoli, Napoli, Campobasso (con delle polo blu e bianche), Fiesole, Nervi, Caronno Pertusella, Como, i giallorossi di Gela, i biancoverdi di Avellino.

Tutti mostrano con orgoglio il proprio veicolo e la maglietta ufficiale del Club di appartenenza. Tante squadre di calcio che alla fine rappresentano una squadra sola.

 

DA 80 ANNI, UN CULTO LAICO

La premessa è che chi vi scrive è un possessore di Vespa. Ma di quella razza spuria ed eretica che qui è malvista. Del resto basterebbe vedere lo stato pietoso in cui versa la mia Primavera 125 immatricolata nel 2014 - che potrei definire come "un cesso inguardabile e maltenuto", per usare un eufemismo - per fare di me solo un possessore di Vespa, e non un vespista.

Il vespista è altra cosa. E'un termine dall'accezione nobile, importante. E' un marchio di fabbrica e un modo di essere. E a questa parata rumorosa e festosa, trasversale per età, genere e passione, di vespisti ce ne sono tanti. E' comunque un mondo composito, capillare, un fenomeno con pochissimi eguali nel mondo - l'unico paragone possibile è quello con l'universo degli Harley Owners Club. 

Il vespista è un dado con mille sfaccettature. Ci sono le enciclopedie viventi, gli esaltati di tecnica, gli esperti della storia, i cultori della materia. E ci sono gli appassionati. Quelli che magari hanno ereditato una Vespa dal padre o dal nonno, e poi sono entrati in un mondo fino ad allora sconosciuto e non ne sono più usciti. Ci sono quelli che amano la libertà, che in Vespa ci viaggiano, che ci fanno anche le vacanze; e ancora, quelli che trasformano la Vespa fino a customizzarla, come quelli che hanno dei beatbox sparadecibel su due ruote, o hanno motori così maggiorati e truccati da non stare più nemmeno dentro i fianchetti posteriori.

Tutti, però, convivono in grande armonia. Perché chi è un vespista è uno che si diverte, ama stare insieme, coltiva in fondo una sorta di senso di appartenenza trasversale alle generazioni e ai modelli. La Vespa, alla fine, ha inventato i concetti di community e lifestyle ben prima che queste diventassero parole vuote in mano al marketing.

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