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Yamaha Y-AMT in pista: il cambio automatico convince davvero?
Per il momento, la Casa di Iwata (e non solo lei) rende disponibile la trasmissione robotizzata solo su modelli stradali. Dopo aver guidato tra i cordoli una MT-09 Y-AMT siamo definitivamente convinti sarebbe un contenuto interessante anche su moto “racing”
Le trasmissioni robotizzate con gestione automatica della frizione e modalità di utilizzo automatiche o manuali sono improvvisamente balzate alla ribalta. Dopo un quindicennio di monopolio del DCT di Honda, sono arrivate a breve distanza una dall’altra la Y-AMT di Yamaha, la AMT di KTM, la ASA di BMW e altre ancora sono in rampa di lancio. In comune, questi cambi moderni che svincolano dall’utilizzo della frizione e, volendo, dalla selezione delle marce hanno parecchio.
Senza soffermarmi sul lato tecnico, che pure li rende parenti stretti, mi riferisco per esempio al posizionamento e alla destinazione d’uso. Ora come ora sono abbinati solo a modelli stradali e sono proposti e percepiti come vantaggiosi in termini di relax, facilità. Qualità che hanno, intendiamoci. Trovo però curioso che, magari solo per il momento, nessuna Casa li abbia proposti (anche) come migliorativi per la guida sportiva o addirittura racing.
A ben vedere, il capostipite DCT ha esordito su una moto molto grintosa, la VFR1200F, una super-sport tourer (o una supersport-tourer?) da ben 173 CV. Salvo poi nel corso degli anni essere destinato a modelli meno belligeranti. Probabilmente, i motociclisti lo hanno apprezzato più per le sue doti di comfort che per altro. E c’è da dire che, per peso e complessità tecnica, il doppia frizione è in effetti poco credibile in ottica “racing”. Nemmeno, va detto, è così coinvolgente a livello sensoriale. Le sue cambiate molto fluide sono perfette per godersi un bel paesaggio. Altro, però, sono la “schioppettata” di un quickshifter nel passaggio al rapporto superiore, o il suo “blipping” in scalata.