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Germania

Elefantentreffen, confessioni di un pentito

di Lorenzo Cascioli, foto Giuseppe Gori il 14/12/2017 in Germania

Questi giorni di gelo sono l'ideale per rifinire la preparazione in vista dell’Elefantentreffen 2018 (in programma dal 2 al 4 febbraio). I temerari che hanno deciso di partire per la grande avventura non stanno più nella pelle, ma c'è anche chi ha detto basta. Ecco il racconto di chi è riuscito a smettere

Elefantentreffen, confessioni di un pentito
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Povere bestie. Non sanno quello che fanno. Li vedo dalla finestra della redazione, mentre caricano i bagagli sulle due BMW e controllano le ultime cose. Vogliono andare all’Elefantentreffen. Contenti loro, contenti tutti. Io me ne sto qui al calduccio. Non mi passa nemmeno per la testa di rimettermi in ballo con quella storia. Eppure… eppure c’è stato un periodo della mia vita in cui anch’io partivo verso il gelo. Verso l’Elefante, come chiamavamo noi il grande raduno.

Il ricordo


«Noi», il primo anno, eravamo due persone, io e un mio amico che aveva bigiato la scuola. Venne con i jeans. Una sola moto, la mia, una Honda CX 500. Con i suoi quattordici anni sul gobbone, era vecchiotta, ma andava benone. Era la mia vita, quella moto. Era il mio passaporto per girare un’Europa dove c’erano ancora le frontiere. All’Elefante si pagava in marchi. Era il 1992. E io avevo 22 anni. Era un po’ che mi ronzava per la testa di andare lassù. Avevo visto le foto sui giornali e mi era venuta la voglia. Internet non esisteva e informazioni ne giravano poche. Non ero nemmeno sicuro della data del raduno.
Io e il mio amico partimmo il venerdì mattina, andammo e tornammo vivi.

Alla domenica sera, ci aspettavano tutti gli amici alla birreria del paese. Eravamo due eroi. Avevamo perso dieci anni di vita e la stanchezza ci sarebbe rimasta addosso un mese, ma ne era valsa la pena. In seguito, in tanti mi chiesero cosa mi aveva spinto a spararmi 850 chilometri di strade a volte ghiacciate, dormire due notti in tenda sottozero, per poi tornare a casa con altri 850 chilometri al gelo. Perché? In quel 1992 avevo delle risposte precise: curiosità, voglia di grandi viaggi, spirito d’avventura. Quel che mi rimane ancora oggi oscuro, invece, è perché decisi di tornarci altre cinque volte.

Il bello dell’Elefante


Una volta un tossico mi disse: «Non so perché mi drogo. Ma è bello». Ecco. Andare all’Elefante era semplicemente bello. Perdonatemi l’aggettivo più banale della lingua italiana. Mi piaceva da matti il viaggio, attraversare il San Bernardino, silenzioso e innevato. Quando ci colse una bufera di neve sul passo e mi stesi sull’asfalto due volte in trecento metri, spaccando il carter dell’olio, mi piacque molto meno. Ma faceva parte del gioco. Mi piacevano da matti le soste lungo la strada.

A Monaco mangiammo uno strano panino turco che in Italia ancora non esisteva, il kebab. Un’altra volta ci fermammo in una birreria: avevamo le dita congelate e ci facevano male i piedi. Ma noi ridevamo, felici, mentre li riscaldavamo sotto i fon del bagno.
Ma la cosa che mi piaceva di più era la vita al raduno. In realtà, all’Elefante non succedeva niente di speciale. Non si organizzavano eventi o animazioni. Sì, c’era una gara di tiro alla fune, ma non se la filava nessuno. E così io me ne stavo tutto il giorno fuori dalla mia tenda, seduto davanti al fuoco, come ipnotizzato. Guardavo i ciccioni tedeschi fare casino con le loro moto tamarre, i sidecar ricolmi di paglia e di casse di birra, la gente che spaccava la legna, i maialini girare sugli spiedi. Era il sabato del villaggio.

La vita all’Elefantentreffen


Mi piaceva anche andare «al furgone», un vecchio camioncino dell’organizzazione che stava lì tutto il giorno con il motore acceso e il cofano aperto. Un omino, con due cavi in mano, faceva partire le moto con la batteria morta. Ed era bella anche la notte a meno venti, rannicchiato nel sacco a pelo da montagna, in tre in una tenda da due perché così si stava più caldi. Niente per cui una persona psicologicamente a posto dovesse esaltarsi. Forse avevo preso una malattia.
La malattia doveva essere contagiosa, perché al terzo anno mettemmo in piedi una spedizione di sei moto, 11 persone e 20 chili di carne. Eravamo super organizzati. Dopo aver studiato con attenzione le attrezzature dei tedeschi, finalmente anche noi avevamo il treppiedi: tre pezzi di ferro incrociati e delle catenelle per appendere la griglia. Ferro, ferro pesantissimo da trasportare in moto. Quel treppiedi era stato forgiato, con pazienza, nelle solite serate tra reduci.

Sì, perché l’Elefante durava tre giorni, ma poi ci si perdeva dietro tutto l’anno. A costruirci nuovi paramani, maxi cupolini, a fare gli «allenamenti»: quando veniva l’inverno, uscivamo di notte in moto (di giorno non faceva abbastanza freddo), per collaudare il nuovo sottocasco o la calzamaglia felpata. Ma per quante prove facessimo, durante il viaggio c’era sempre il momento in cui saltava fuori uno spiffero assassino. E la domanda era lì, sulla punta della lingua: «Ma chi me l’ha fatto fare?».

I ragazzi del ’99


Passavano gli anni, la mia fila di medagliette ricordo si faceva sempre più lunga e l’Elefante era sempre uguale: se faceva freddo era tutto bianco di neve, se faceva meno freddo era tutta una porcilaia di fango. Avessi fatto delle foto buone a quei tempi, avrei potuto usarle oggi. E non se ne sarebbe accorto nessuno. Nel frattempo, per un fortunoso destino, ero diventato un «giornalista di moto». Nel 1999 andai all’Elefante per servizio. Mi avevano dato una BMW R 1100 RT con le manopole riscaldate e il parabrezza a regolazione elettrica, che quando era ghiacciato lo potevo abbassare. Il massimo della vita. Ero vestito con il non plus ultra dell’abbigliamento tecnico.

Doveva essere una pacchia. Beh, fu un anno terribile. Strade chiuse per neve, gente che rimase in giro tre giorni senza mai arrivare al raduno. Noi centrammo l’obiettivo, ma furono troppi i momenti di pura sofferenza fisica. Al ritorno, portata a casa la pellaccia, dissi: «C’ho messo sei anni a capire che è una pirlata». E ora, mentre i due colleghi di Dueruote stanno partendo, faccio finta che dell’Elefante non me ne importi più nulla. In realtà rosico d’invidia. Ma è solo un attimo.

E se vi è venuta voglia di prendere e andare al prossimo, iniziate a prepararvi: la 62esima edizione si svolgerà dal 2 al 4 febbraio 2018.

L’articolo che avete appena letto è tratto dal numero 59 di Dueruote (Marzo 2010), quando l’autore del pezzo guardò partire i colleghi...

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  • meipso962
    1st Elefante 1992 - Mi sono commosso ritornando al 92, io e la mia amica Paola, lei XT500 io XV750SE con tenda igloo modello sahara. Anche noi avevamo letto un articolo su motociclismo e siamo partiti, per nulla convinti di arrivare anche perche' non sapevamo esattamente dove. la serie e' continuta per vari anni con moto e sidecar, l'ultima 3 anni fa. Ci ritornerei, ma forse e' meglio tenermi i ricordi
  • ga0102
    Io non ce l'ho mai fatta... - Quando ero abbastanza giovane e incosciente progettammo il viaggio con alcuni amici (2 Gilera Saturno, un Guzzi Astorre e altri), ma, per un motivo o per l'altro, non siamo mai riusciti a realizzarlo. Poi vennero moglie, figli, macchina familiare, roulotte ecc. Quando ho ripreso il motore, avevo 50 anni e ormai per me era tardi. Mi sono consolato con 6 Stelvio Int. e viaggi in tutta Europa.
  • nociomn
    Bei Tempi - Era il 1992 anche per me con un BMW R100RT.Eravamo in tre.Uno dei tre aveva il mio primo R100RT.Gli si ruppe il rinvio del cambio e lo sostituii con un pezzo di filo di ferro "rubato" ad un cestino di rifiuti dell'autogril arrivammo e tornammo bene. Rifatto altre tre volte dormendo pero' in B&B. L'ultima, da solo, rotto il cambio a Bolzano e tornato in 2^.Concordo in toto con Cascioli
  • Pintiroberto
    Veterani dell'Elefantentreffen - Ci sono andato la prima volta con un'Honda XR400R, l'ultima con una VTR1000F. Mi rivedo e concordo con tutto l'articolo. "ma chi me l'ha fatto fare?" te lo domandi tutto il viaggio, ove si alternano momenti di gioia a momenti di sconforto estremi. Ma per me il bello e' proprio quanto apprezzi le piccole cose dopo che sei tornato... Una doccia calda, il tuo letto... Dopo tutto ti appare piu' bello :)
  • Norikangelo
    Elefantentreffen 1983 - Andai quando ancora si faceva nel circuito di Salisburgo...... ....unica volta ma e' un'esperienza da fare!!!
  • mostronovecento
    Due volte....e mi manca il 3... - Ci andai da solo, quando ancora lo facevano a Salisburgo, al circuito...'87 e '88. In realta' la 2a volta eravamo in 3 ma uno si stacco' subito per andare a trovare degli amici e l'altro....era come non averlo. Tutt'ora un'esperienza indimenticabile: le parole di Cascioli potrebbero essere le mie... Mi manca il 3...ogni tanto ci penso e vorrei farlo con un ciclomotore, star via una settimana almeno!
  • franna
    Io la penso cosi' - Elefantentreffen,un grande Raduno,il sottoscritto non a mai partecipato,ma mio figlio diverse volte,anni 80 e 90,e tuttora ne vado orgoglioso,al suo ritorno le foto,il racconto be io ero con lui grazie Sandro.
  • mmaruffi
    Elenfantentreffen - Vedendo le foto e leggendo l'articolo ritorno nel 1980 quando anch'io possedevo una Honda cx500 e decisi con mio amico ,che dovevamo anche noi dovevamo andare all'elenfantentrffen e cosi', ..... ci andammo anche anche l'anno successivo .Esperienza che sicuramente non scorderai mai.........

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