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Randy Mamola: la leggenda "anomala” della MotoGP

foto ©, Monster Energy Media© Adam Wheeler il 29/09/2019 in Piloti
Randy Mamola: la leggenda "anomala” della MotoGP
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Pilota senza paura, amatissimo dal pubblico, capace di emozionare ieri e oggi. Ripercorriamo la sua storia e le sue imprese attraverso le sue parole

Ci sono due modi di diventare una leggenda della MotoGP: con i risultati o con la popolarità. Nella prima categoria ci sono piloti vincenti e veloci come Freddie Spencer, Mick Doohan, Casey Stoner. Nella seconda quelli meno vincenti in termini numerici, ma generosi, carismatici e amatissimi dagli appassionati come Kevin Schwantz. E poi ci sono i rari casi di chi ha entrambe le cose: piloti come Mike Hailwood, Barry Sheene e Valentino Rossi.

RANDY MAMOLA, QUATTRO VOLTE SECONDO

Nella seconda categoria c’è, per la prima volta, anche un pilota che di titoli mondiali non ne ha vinto nemmeno uno: Randy Mamola. Quattro volte secondo nella 500 (‘80 e ‘81 con la Suzuki, ‘84 con la Honda, ‘87 con la Yamaha), famoso per la sua guida funambolica e il pazzesco “rodeo” del 1985 con la Honda a Misano, era già popolarissimo in Italia quando, nel 1988, fu il primo top rider dei tempi moderni ad accettare la sfida di correre con una moto italiana: la Cagiva.

Una sfida difficilissima, e infatti i risultati purtroppo non arrivarono (avrebbero iniziato a farlo solo con Eddie Lawson e John Kocinski negli anni successivi); ma Mamola regalò comunque agli italiani un podio nella classe regina dopo un digiuno lungo 13 anni; terzo a Spa nel 1988 dietro a Wayne Gardner e Eddie Lawson.

In mancanza di risultati… Randy quando correva accentuò il suo lato guascone: circolava nel paddock con la maschera da maiale o con delle chiappe di plastica sopra la tuta, percorreva l’intero giro di allineamento in impennata e ad Assen nel 1989 dopo un volo nel giro di allineamento arrivò al via con una Cagiva C589 in versione… "naked". Nonostante questo, i Castiglioni lo confermarono per il 1990: altri tempi…

Mamola rappresentava insomma nell’immaginario collettivo il cowboy scavezzacollo e senza paura delle sfide impossibili, e per questo è rimasto amatissimo e richiestissimo. Per qualche anno ha regalato anche batticuori ai “turisti della MotoGP” i fortunati che portava a spasso sulla versione biposto della Ducati Desmosedici. E ancora oggi che sta per compiere Randy 60 anni è una presenza fissa del paddock.

Randy Mamola: la leggenda "anomala” della MotoGP

Vincere le gare era grandioso, anche solo arrivare sul podio era fantastico. Ho sentito il fermento e l’eccitazione come fa una rockstar quando sale sul palco e guarda il pubblico

Randy Mamola

RANDY MAMOLA RACCONTA LA SUA CARRIERA

Da aprile dello scorso anno Randy Mamola è entrato nell’albo delle “Leggende della MotoGP”, 27° pilota a entrare nella lista e il primo a riuscirci senza un titolo. "So chi sono io: sono Randy Mamola. E se vuoi etichettarmi come ‘Leggenda della MotoGP’ fa pure", ci dice nel suo modo schietto quando lo incontriamo per questa intervista.

Come hai reagito quando hai saputo di essere diventato una Leggenda?

“Ero con la mia famiglia a casa di amici in California, quando ho ricevuto una telefonata dall'ufficio stampa Dorna, erano le 4 del mattino, e mi sono chiesto ‘che diavolo vogliono da me?’. Il manager dell’ufficio stampa di Dorna, Ignacio, mi ha detto che la commissione aveva deciso di farmi ‘leggenda della MotoGP’. Ho avuto bisogno di un po’ di tempo per assimilare la notizia. Rientrato in casa c’era mio figlio Dakota sveglio che mi ha chiesto cos’era successo. Gli ho detto ‘ragazzo, adesso hai davanti una leggenda!’ e lui, ironico come sempre, ha alzato gli occhi al cielo. Mi hanno detto che la cerimonia sarebbe stata ad Austin: mi aspettavo un fine settimana molto speciale, ma si è rivelato essere molto di più. Voglio dire: di leggende ne esistono di due tipi: i campioni del mondo e quelli che devono guadagnarsi lo status in altri modi…”.

È curioso il susseguirsi degli eventi…

“Prima di Austin, ho partecipato a un evento in Nuova Zelanda chiamato Motofest e c’erano Jeremy Burgess e Mike Sinclair a lavorare sulla mia Suzuki del 1980. Ho chiesto ad Alpinestars di farmi una replica delle tute di pelle Heron Suzuki dell’epoca, ed è stato come tornare indietro nel tempo, alla prima vittoria di Jeremy con me nel 1980. Mike ha lavorato sulla mia moto nel 1976-77 in Nuova Zelanda quando avevo 15 anni”.

Arrivare tante volte secondo cosa ti ha lasciato?

“Mi sentivo comunque in cima al mondo, non mi importava di essere secondo. L’obiettivo era sempre la medaglia d'oro, ma ho ottenuto quattro argenti e due bronzi. Ho conquistato 57 podi. Escludendo gli anni della Cagiva, se fai i conti vedrai che sono salito sul podio più del 50% delle volte nella mia carriera. Abbiamo fatto errori, ho fatto errori. All’inizio ero un pilota orrendo sul bagnato e poi sono diventato uno dei migliori piloti con la pioggia…. Sono cambiato tante volte nella mia vita, come pilota e come uomo: mi sono evoluto restando sempre fedele a me stesso”.

Facciamo un grande salto indietro, come hai iniziato?

“Nel 1972 ricevo la mia prima motocicletta, avevo dodici anni, e inizio subito a correre nel dirt track. In meno di due anni divento ufficiale correndo per Indian Motorcycles: mi danno moto gratis attraverso una società di go-kart di San José. Divento il protetto di Kenny Roberts e voglio essere la prossima stella della specialità. Wayne [Rainey] e Eddie [Lawson] erano gli astri nascenti del sud della California e io ero quello del nord. Ero molto versatile, e come me tutti i piloti americani di allora. Correvo quattro volte a settimana in tre categorie diverse. Nelle corse su strada, quando avevo diciassette anni, ho guidato una 50, una 125 twin, una 250 e una TZ750 tutte in una stessa gara. Un giorno ho dovuto guidare la TZ e poi la 50! Corro anche in Nuova Zelanda con un sacco di personaggi, personalità enormi, emotive, forti e divertenti e a quattordici, quindici e sedici anni capisco che le persone in moto sono tra le migliori della vita. Ti puoi davvero divertire. È successo tutto molto in fretta. Poi Kenny va a correre nei GP in Europa e io lo seguo”.

Da dove arriva la tua stravaganza?

“Sono nato nel 1959, quindi vengo dagli anni Sessanta. C'erano in giro droghe, movimenti hippy, Harley e Hell’s Angels: un cambio di cultura totale. È stata l’epoca migliore per tutto: c'era la migliore musica di sempre, c'era uno show televisivo chiamato ‘Ed Sullivan Show’, e tutti quelli che contavano ci andavano e io volevo essere come Ringo Starr alla batteria! Ho suonato la batteria dagli otto ai dodici anni, poi ho smesso perché i miei genitori non potevano più permetterselo. Ero sveglio e imparavo le cose in fretta, ero consapevole della mia celebrità e di essere uno showman. Mi ispiravo a persone come Kenny Roberts e il mio cane si chiamava Rex, dal nome di Rex Beauchamp che vinse il San José Mile. Ma mio padre, che era un meccanico, mi teneva con i piedi per terra. Sono stato educato ‘alla vecchia maniera’, e quando uscivo dai binari sapevo di dovermi aspettare colpi di cintura! Mio padre mi ha sempre detto di non atteggiarmi come se io fossi migliore degli altri. Però a vent'anni mi sentivo al top perché ero arrivato secondo nel campionato del mondo e stavo correndo contro Barry Sheene. È finito tutto quando ho firmato per la Cagiva nel '88: è stato fantastico, ma non sono riuscito a vincere le gare e a salire sul podio, quindi sono diventato anche uno showman... ma avevo cominciato molto prima”.

E così conquisti l’affetto dei fan.

“Vincere le gare era grandioso, anche solo arrivare al podio era fantastico. Ho sentito il fermento e l’eccitazione come fa una rockstar quando sale sul palco e guarda il pubblico. Le gare di velocità nel mio Paese non erano così popolari, ma il Mondiale era uno spettacolo e gli atleti, oltre ad essere talentuosi, allenati, responsabili, veloci e reattivi, spesso erano anche ‘showman’. Ho iniziato combattendo con Kenny Roberts ed è stato fantastico fino all'ultima gara. Ho lottato anche con Wayne Gardner ed Eddie Lawson, e il nostro compito era quello di essere costantemente il miglior team Yamaha. Nel 1987 ho battuto Eddie, che sulla stessa moto era stato tre volte campione del mondo sulla stessa moto. Quando sono arrivato in Cagiva, ho imparato delle lezioni che mi hanno segnato. Forse Kenny ha preso tutto un po' più sul serio: io stavo facendo le cose in modo un po'diverso perché avevo scoperto molto prima che regalare un sorriso agli altri è semplicemente la cosa migliore che si possa fare nella vita. Quando ho raggiunto una posizione nel mio sport, sono diventato famoso anche per i miei modi: regalavo ai fan stivali, tute e quant'altro, andavo nel paddock e facevo autografi ogni volta che potevo: penso che sia per questo che ho legato così tanto con i fan. Ricordo che ad Assen avevano fatto uno striscione con su scritto ‘Buu Kenny Roberts e tutti gli altri, Randy è il migliore’, ed è stato lì che Kenny ha deciso di prendere nel team Kevin Magee invece che me per il 1988… ma io avevo imparato che dare ai fan gratificava e premiava ... e questo era tutto ciò di cui avevo bisogno”.

Se corressi oggi potresti essere la stessa persona di allora?

“Domanda difficile, ma penso che sì, avrei ancora lo stesso carattere. So per certo che dovrei allenarmi molto di più fisicamente perché le moto che usano oggi sono molto più impegnative rispetto a quelle dei nostri tempi. Mentalmente ci vuole la stessa concentrazione e cervello. Farei ancora le impennate e gli stoppies, perché quello è ciò che sono. Lo faccio ancora sulle moto a due posti. Negli ultimi diciassette anni sono stato in grado di farlo e ho dato questa opportunità alle persone che vengono alle gare della MotoGP”.

Le persone si ricordano di te come il funambolo completamente appeso alla moto fuori dalla sella e con i piedi staccati dalle pedane.

“È iniziato con la Honda e col titolo di Freddie Spencer 1983. La tre cilindri che guidavo nel 1984 era stata sviluppata per lui ed era una moto davvero difficile per il mio stile. Freddie era più alto e la sella Honda era davvero larga: non riuscivo a far girare la moto, quindi in piega mi sporgevo il più possibile. Se vedi le fotografie dell’epoca, la mia gamba è fuori dalla moto perché non riuscivo a farla girare! Quello potrebbe essere l'inizio dello stile con i gomiti a terra… ma allora non avevamo le gomme o le geometrie che sono disponibili ora. Freddie era il pilota più forte su quel tre cilindri, e non riuscivo a capire come facesse a curvare: quella NSR sembrava che avesse una gomma da camion dietro e una da bicicletta davanti! Io dovevo buttarmi fuori, ed è lì che è iniziato tutto. Ma in generale penso che il mio stile stravagante sia stato una fortuna. Veniva da sette-otto anni di guida con diverse moto e cilindrate, dalla pista sterrata alla corsa su strada. Era tutto disciplina e umiltà”.

Com’era correre negli anni '70 e '80?

"’Paura era una parola che usavamo spesso. Ma non avevamo paura delle corse o di essere così vicini l'uno all'altro in pista: eravamo spaventati dai circuiti. Venivamo tutti da Paesi e background diversi, ma abbiamo lottato per migliorare le cose e siamo stati i padri della sicurezza moderna”.

Qual è la cosa migliore che hai fatto?

“Essere in parte responsabile di aver aiutato oltre quindici milioni di persone. Come lo si può davvero esprimere a parole? Sono stato in Africa e ho visto una dura realtà, ma anche che le persone sorridevano, scherzavano e giocavano pur vivendo nelle peggiori condizioni. Sono anche stato in cima al mondo, sono entrato in un negozio e ho comprato una Ferrari. Ma è in Africa che ho imparato di più”.

Da dove arriva questa tua propensione ad aiutare gli altri?

“Credo che sia stato merito del lato tenero di mia madre, unito a quello duro di mio padre e all'amore di entrambi. Nei miei primi anni in Suzuki sono andato in molti ospedali per bambini e sono rimasto sempre in contatto con i più piccoli. Non era per ego, solo per il desiderio di aiutarli. Nel 1985-86 ho iniziato a indossare la toppa ‘Save the Children’ sulla tuta. All'epoca gareggiavamo con la FIM e gli introiti aumentarono, quindi diedi loro anche i soldi extra. Volevo dimostrare alla FIM che non ero lì per diventare ricco; ero lì per lo sport. Ho preso il 20% dei miei 100.000 dollari dalla FIM e l'ho dato alla principessa Anne. Lei mi ha detto ‘devi andare in Africa, devi vedere dove vengono spesi questi soldi’. Sono andato in Somalia e in Kenya. È quasi impossibile avere un'idea di quello che sta succedendo laggiù a meno che tu non vada davvero. Quando Federico Minoli era il presidente della Ducati, davano a ‘Save the Children’ un dollaro per ogni moto venduta. Si è passati dal crescere passo dopo passo a qualcosa di molto più grande ed i fan hanno davvero reso possibile questa beneficienza... e vedere i piloti coinvolti. Puoi guardare filmati ma, finché non senti un africano che ti dice quanto amano e usano le moto per salvare la loro gente, allora non lo capisci. Mi ha toccato moltissimo”.

Chi è Randy Mamola?

“So per certo che sono stato uno dei migliori piloti di moto del mondo perché ho corso contro i migliori e più difficili da battere. Sono grato di esserci riuscito e di aver gareggiato con dei campioni. Ho corso con tante moto diverse e ho avuto successo su qualunque moto io abbia guidato. Per me è abbastanza”.

Randy Mamola: la leggenda "anomala” della MotoGP
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