Motogp
Burgess, un artigiano alla Yamaha
La squadra che ha seguito Rossi è capitanata dal meccanico australiano che ha fatto suo il metodo di lavoro appreso alla Honda: 'evoluzione e non rivoluzione'
Burgess con Rossi: tra i due la sintonia non è stata immediata ma ora la stima è assoluta
Jerez (Spagna) - Dietro il velocissimo e sorprendente progresso della Yamaha c'è anche una squadra. "Quella" squadra che Valentino ha voluto con se, strappandola alla Honda. Un gruppo di meccanici capitanati da Jeremy Burgess, gente australiana cresciuta alla scuola HRC. Insomma non certo abituati ad inventare e a seguire rigidi protocolli. Teoricamente la gente sbagliata, però con il sistema di lavoro che Rossi ama e che paga sempre. Non ci sono segreti in casa Burgess, miracoli da "mago" della panchina o del box. Solo una regola ferrea: individuare il problema principale, risolverlo in fretta, passare al successivo. Trovare subito un'area sulla quale lavorare, definirla e metterla a posto. Poche opzioni, poche scelte cervellotiche... La storia può aiutarci a capire come funziona Burgess e il suo modo di vedere le corse.
A metà anni Settanta Jeremy correva con una Suzuki RG 500 e una Yamaha 750, vero privato dell'epoca, ma non un campione. In compenso, sulla moto ci sapeva lavorare, eccome. Infatti le moto furono vendute assieme ai sogni dio gloria per consentire a Jeremy una vacanza in Inghilterra. Li scoprì che la vita costava cara, la birra pure e Randy Mamola era alla ricerca di un meccanico. Subito ingaggiato da Mamola, gli prepara la Suzuki Gamma con la quale l'americano andò vicino a vincere il titolo.
Nell'83 Burgess incontra la Honda e sembra il matrimonio di una vita. Passa agli ordini di Ron Haslam. Nell'85 è già al top, nel box dei due titoli mondiali conquistati da Freddie Spencer. Poi inizia il suo periodo australiano. Dall'86 all'88 con Wayne Gardner, il pilota più muscoloso e grezzo nello stile che mai abbia vinto un titolo nella classe regina; dall'89 inizia per Jeremy il decennio di Doohan, iniziato senza troppo clamore e finito con cinque titoli in 500.
Con quei successi, Burgess si è guadagnato la fiducia totale della Honda. E' considerato l'unico "bianco" che conosca tutti segreti della HRC, anche perché Jeremy è tutto fuorché un estroso. Applica i dettami che arrivano dagli ingegneri nipponici e da loro ha imparato il motto "evoluzione e non rivoluzione". Poche cose da provare, esperimenti radicali da evitare. Il vero uomo Honda ragiona così. Il destino, che è una bestia strana, gli accoppia subito il pilota che mai si sarebbe aspettato: Valentino Rossi. Per lui era quello delle bambole gonfiabili, degli scherzi, un ragazzino. Lui era abituato al silente Mick, ai suoi capelli già bianchi, ai successi ed al dolore.
Fu lo scontro di due mondi, di due generazioni, di due culture. Quando nel box arrivarono Gibo, Uccio e i pupazzetti di pelouche, gli adesivi con il bollo e l'assicurazione da appiccicare sulla NSR 500, Burgess non capì. "Non li ho capiti ma li ho accettati - dichiara Burgess - se fosse andato due decimi più lento forse avrei anche avuto da ridire, ma Rossi era subito pronto per vincere e, cosa più importante ancora a scoprire alla svelta come si portasse coscientemente al limite una 500. E' uno intelligente e incredibilmente veloce a capire come si faccia a vincere". Vale lo riteneva un vecchio brontolone, uno che non aveva voglia di fare esperimenti. Un conservatore che però ha un credo: prima si fa il lavoro normale poi, finito questo, si fanno gli esperimenti. In ogni caso si fa come dico io.
Lui va in pista solo per vincere, il resto non conta e dentro ha una pressione incredibile. Burgess dentro è così.Da fuori non si vede nulla. Rossi dice che Burgess è uno che tranquillizza, che toglie tensione. Rossi ha voluto Burgess alla Yamaha non tanto perché fosse a conoscenza di chissà quali segreti tecnici, ma per il suo metodo di lavoro. Passo dopo passo, senza sussulti. Un problema alla volta, risolto questo, si passa al successivo. Ecco il segreto di Burgess, un segreto da artigiano d'altri tempi, ma anche un metodo che sta conquistando tutti nei box. Esattamente il contrario di quello che ha fatto la Yamaha lo scorso anno con migliaia di opzioni possibili che rendevano la moto incostante. Burgess crede in una logica di valore che sintetizza così: "una moto ha un range di utilizzo che va da zero a cento. Gli estremi non servono, bisogna trovare il centro della questione, diciamo da 40 a 60 e in mezzo a questa fascia cercare il meglio". Il computer? Non lo ama, lo guarda, ma rielabora dati con una velocità incredibile e l'esperienza. Ricetta antica per il mondiale di oggi...
A metà anni Settanta Jeremy correva con una Suzuki RG 500 e una Yamaha 750, vero privato dell'epoca, ma non un campione. In compenso, sulla moto ci sapeva lavorare, eccome. Infatti le moto furono vendute assieme ai sogni dio gloria per consentire a Jeremy una vacanza in Inghilterra. Li scoprì che la vita costava cara, la birra pure e Randy Mamola era alla ricerca di un meccanico. Subito ingaggiato da Mamola, gli prepara la Suzuki Gamma con la quale l'americano andò vicino a vincere il titolo.
Nell'83 Burgess incontra la Honda e sembra il matrimonio di una vita. Passa agli ordini di Ron Haslam. Nell'85 è già al top, nel box dei due titoli mondiali conquistati da Freddie Spencer. Poi inizia il suo periodo australiano. Dall'86 all'88 con Wayne Gardner, il pilota più muscoloso e grezzo nello stile che mai abbia vinto un titolo nella classe regina; dall'89 inizia per Jeremy il decennio di Doohan, iniziato senza troppo clamore e finito con cinque titoli in 500.
Con quei successi, Burgess si è guadagnato la fiducia totale della Honda. E' considerato l'unico "bianco" che conosca tutti segreti della HRC, anche perché Jeremy è tutto fuorché un estroso. Applica i dettami che arrivano dagli ingegneri nipponici e da loro ha imparato il motto "evoluzione e non rivoluzione". Poche cose da provare, esperimenti radicali da evitare. Il vero uomo Honda ragiona così. Il destino, che è una bestia strana, gli accoppia subito il pilota che mai si sarebbe aspettato: Valentino Rossi. Per lui era quello delle bambole gonfiabili, degli scherzi, un ragazzino. Lui era abituato al silente Mick, ai suoi capelli già bianchi, ai successi ed al dolore.
Fu lo scontro di due mondi, di due generazioni, di due culture. Quando nel box arrivarono Gibo, Uccio e i pupazzetti di pelouche, gli adesivi con il bollo e l'assicurazione da appiccicare sulla NSR 500, Burgess non capì. "Non li ho capiti ma li ho accettati - dichiara Burgess - se fosse andato due decimi più lento forse avrei anche avuto da ridire, ma Rossi era subito pronto per vincere e, cosa più importante ancora a scoprire alla svelta come si portasse coscientemente al limite una 500. E' uno intelligente e incredibilmente veloce a capire come si faccia a vincere". Vale lo riteneva un vecchio brontolone, uno che non aveva voglia di fare esperimenti. Un conservatore che però ha un credo: prima si fa il lavoro normale poi, finito questo, si fanno gli esperimenti. In ogni caso si fa come dico io.
Lui va in pista solo per vincere, il resto non conta e dentro ha una pressione incredibile. Burgess dentro è così.Da fuori non si vede nulla. Rossi dice che Burgess è uno che tranquillizza, che toglie tensione. Rossi ha voluto Burgess alla Yamaha non tanto perché fosse a conoscenza di chissà quali segreti tecnici, ma per il suo metodo di lavoro. Passo dopo passo, senza sussulti. Un problema alla volta, risolto questo, si passa al successivo. Ecco il segreto di Burgess, un segreto da artigiano d'altri tempi, ma anche un metodo che sta conquistando tutti nei box. Esattamente il contrario di quello che ha fatto la Yamaha lo scorso anno con migliaia di opzioni possibili che rendevano la moto incostante. Burgess crede in una logica di valore che sintetizza così: "una moto ha un range di utilizzo che va da zero a cento. Gli estremi non servono, bisogna trovare il centro della questione, diciamo da 40 a 60 e in mezzo a questa fascia cercare il meglio". Il computer? Non lo ama, lo guarda, ma rielabora dati con una velocità incredibile e l'esperienza. Ricetta antica per il mondiale di oggi...