Novità
Ducati Monster: elogio della leggerezza
Sulla base della nuova piattaforma V2, utilizzata anche sulla Panigale e sulla Streetfighter, ri-nasce la Monster: più leggera, più gustosa, molto pepata. Una Ducati vera, dal doppio carattere e divertente come mai prima d’ora
Ne è passata acqua sotto i ponti da quel lontano 1992. Salone di Colonia, stand Ducati: eccola la prima Monster, la moto che aprì (o ri-aprì) il segmento delle nude sportive. Pochi ingredienti, ma ben amalgamati: motorone con valvoloni, telaio derivato da quello della superbike dell’epoca, la mitica e da me molto amata 851, e un serbatoio gobbo, taurino, a disegnare il perimetro di una della moto più amate e longeve di sempre. Da quel momento, una miriade di versioni, modelli speciali, serie limitate. E generazioni – cinque in tutto - che ne hanno più o meno cambiato i contorni. Questa, l’ultima, se volete, è quella che più rompe con il passato. Non tanto per la linea o la destinazione d’uso quanto perché questo motore e questo telaio su una Monster (sì, continuerò in eterno a chiamarla al femminile, perdonatemi), non si erano mai visti. Il motore, dunque. Partiamo da qui, vai.
Numeri giusti!
In tutto fanno 111 cavalli, erogati da un bicilindrico che rompe con la tradizione Ducati. I più integralisti gridano allo scandalo, chi riesce a soggiogare la nostalgia, lo guarda con curiosità. Personalmente, faccio parte di questo secondo gruppo: pur amando il caro e vecchio “pompone” (e chi mi conosce sa quanti ne siamo passati nel mio garage), ho da subito apprezzato il carattere di un bicilindrico che solo esteticamente trovo un po’ troppo “omologato”. Sì perché il carattere Ducati c’è tutto, basta giocare un po’ con il gas. Il timbro, il tiro, lo stantuffare continuano a raccontare con lo stesso linguaggio una storia nata a Borgo Panigale, Bologna. Fidatevi: non avrete bisogno di leggere il nome sul serbatoio per capire che state guidando una Ducati. Poi, proprio questa moto qui, è pensata per attirare nuovi ducatisti, non solo per ammaliare chi è già stato convinto in precedenza. Infatti è disponibile in versione depotenziata, patente A2, ha la sella vicino al suolo, ha il manubrio largo, ha quattro mappature e, in generale, è una moto facile. Non solo…
Divertente come non mai
Se della facilità vi interessa poco, ma cercate carattere grinta e forti emozioni, va bene uguale: lei, la Monster, è pronta ad affascinarvi quasi allo stesso modo. La verità è che, soprattutto la prima generazione di questa naked bolognese, facile non lo era per niente: aveva poco sterzo, un motore burbero, una posizione di guida tutt’altro che confortevole (non parliamo del passeggero) e una personalità strabordante. O la si amava, o la si odiava. Con il tempo e la maturità, la Monster si è addolcita e in quest’ultima evoluzione ha raggiunto l’apice della democristianità. Non lo dico solo io, è sentimento comune fra tutti i presenti a questo lancio stampa decisamente bagnato. Piace a tutti: non serve nemmeno accenderla per capire quanto è leggera e, una volta accesa, comprendere quanto è facile. Ecco, direte, facile e leggera, beh, lo è anche il prosciutto vegano. Beh, no: qualche chilometro, qualche curva e… bam la rivelazione: è divertente. Ma divertente davvero, senza mezzi termini. I cavalli ci sono, la ciclistica risponde come deve (pur non essendo particolarmente raffinata in termini assoluti) e tutto l’insieme funziona in modo molto omogeneo. Risultato: sorriso sotto la visiera.
Gli ingredienti del piacere
Il difficile, come sempre, non è mettere insieme le cose, ma azzeccare quantità, qualità e contorno. Qui il piatto è ben equilibrato, a cominciare dal motore che oltre ad essere vispo all’occorrenza e docile se serve, è servito da un cambio con quickshifter bidirezionale molto preciso e, soprattutto, una rapportatura che permette di sfruttare tutti i cavalli del bicilindrico bolognese, anche utilizzando le mappature più morigerate (Wet o Low). Buon allungo ma soprattutto medi molto sostanziosi, che permettono di godersi la grande sveltezza della moto nel misto guidato. Non fate caso alle foto, nelle quali ho volutamente forzato la posizione, basta una leggera pressione sulle pedane per indirizzarla esattamente dove si vuole. Avantreno morbido, ma non flaccido, e una certa reattività al manubrio: nessun problema a divincolarsi nel traffico più congestionato o fra i tornanti più arrotolati. E se non siete pertiche, come non lo sono io, nessun problema: la sella è a 810 mm dal suolo e la parte centrale della moto è davvero snella. Serbatoio gonfio, come su ogni Monster che si rispetti, ma con una parte frontale fortemente discendente, pensata anche per lasciare al manubrio lo spazio per ruotare. Risultato: tanto sterzo e un altro punto a favore della agilità.
Non è tutto perfetto!
Vibrazioni? Poche, mai insidiose e un triangolo ergonomico che non sacrifica il comfort, fatta eccezione per le pedane poggiapiedi, non lontane dal piano di seduta. Bene i comandi a manubrio, precisi e mai aggressivi, e ottima la connessione fra manopola destra e motore. Non sono invece particolarmente entusiasmanti i blocchetti elettrici, né per finitura, né all’atto pratico. Il tasto che comanda le manopole riscaldate (opzionali) è un po’ nascosto e il joystick multifunzione non brilla per aspetto ed ergonomia. Personalmente ho trovato scomodo anche il comando del cruise (anch’esso opzionale), che si fatica a governare con i guanti. Ultimo punto negativo a livello di vita a bordo, gli specchietti retrovisori: linea gradevole ma visibilità posteriore insufficiente.
Tiriamo le somme? Il prezzo e le conclusioni
La Monster ha saputo cambiare ancora una volta e, credo, ha ritrovato il proprio spazio all’interno di una gamma, quella delle V2, che si sta ampliando significativamente. Con le altre condivide motore, forcellone e composizione del telaio, ma qui ci sono geometri diversi e un diverso angolo del cannotto di sterzo, a beneficio dell’interasse e conseguentemente, dell’abilità. È una moto pensata per chi vuole entrare nel mondo Ducati, senza rinunciare a piacere di guida, estetica e carattere. È ben fatta, ben sviluppata e ha una bella voce, molto bolognese. Non è merito solo del doppio silenziatore di scarico, no, è un timbro che sentirete soprattutto voi che guidate, amplificato da quelle prese d’aria sul serbatoio. È l’aspirazione, il respiro di un motore che segna un altro passo nella storia dei V2 bolognesi. Se non vi piace, non perdete l’occasione di dargli una chance, provatelo, fidatevi di me. Poi, a ben guardare, ci sono anche dettagli che richiamano al passato o ne sono omaggio. Il telaio è in alluminio ma non manca una piccola parte in traliccio che abbraccia il cilindro posteriore e va a imperniarsi nel reggisella, realizzato in tecnopolimeri; il forcellone a doppio braccio in alluminio è alleggerito e molto lavorato, il fanale è ovviamente tondo, anche se nasconde all’interno un gruppo ottico full led di ultima generazione. Insomma, contenti quasi tutti, ad eccezione di chi vorrebbe una forcella regolabile: no, quella proprio non c’è. Per il prezzo, beh, siamo sulla parte alta del segmento: 12.890 euro per la versione standard, 400 euro in più per la “Plus”, con cupolino e cover passeggero. Due i colori, rosso e bianco e molti accessori che arrivano e arriveranno, per renderla più vostra, come ogni Monster che si rispetti.
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