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Amarcord: quando Piaggio provò a pensionare la Vespa e fece un buco nell'acqua clamoroso

Redazione
dalla Redazione il 10/02/2026 in Moto & Scooter
Amarcord: quando Piaggio provò a pensionare la Vespa e fece un buco nell'acqua clamoroso
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Nel 1987 Piaggio tentò di dare un colpo di spugna al passato. Obiettivo? Cancellare l'ingombrante eredità della Vespa. Ma il risultato fu disastroso. E la Cosa - così si chiamava lo scooter - che doveva far dimenticare la PX, è diventata l'emblema del flop per eccellenza. Eppure non tutto era da buttare...

Quando alla fine degli anni '80 Piaggio si trovò di fronte alla sfida di modernizzare la linea della PX, ormai ventennale ma ancora amatissima, si trovò davanti a un bivio. Il progetto iniziale prevedeva di chiamare la nuova nata Vespa R, laddova la R stava per "Rinnovata", ma qualcosa non convinceva. Si decise di cambiare strategia: il nuovo modello avrebbe preso il nome di "Cosa", staccandosi dall'immagine del passato pur mantenendone tutti i valori tecnici e stilistici fondamentali. Nonostante le interessanti modifiche introdotte, la scommessa si rivelò un clamoroso insuccesso commerciale

 

TRE CILINDRATE PER OGNI ESIGENZA

La gamma Cosa debuttò al Salone di Milano del 1987 nelle cilindrate 125 e 200, arricchendosi poi della versione 150 presentata nel 1988. Il listino parlava chiaro: si partiva da 2.950.000 lire per la 125, si saliva a 3.427.000 per la 200, mentre la 150 si posizionava a metà strada (3.147.000). Cifre importanti per l'epoca, che riflettevano un prodotto di qualità superiore.

La carrozzeria monoscocca, marchio di fabbrica Vespa dalla nascita, veniva naturalmente confermata, ma con diverse innovazioni. I cofani laterali erano leggermente inclinati in avanti per un miglior effetto aerodinamico, un dettaglio che testimoniava l'attenzione ai particolari anche dove l'aerodinamica non era considerata prioritaria.

Lo scudo frontale ospitava i lampeggiatori incassati, tocco di modernità rispetto alla PX che li aveva esterni. Il fanalino posteriore era posizionato sotto la targa, con frenatura posteriore integrale ripartita su entrambe le ruote tramite circuito idraulico. Una soluzione tecnica che dimostrava come, nell'apparente conservatorismo della monoscocca, ci fosse spazio per l'innovazione.

 

TRE MOTORI A DUE TEMPI

Dal punto di vista meccanico, la Cosa proponeva tre motorizzazioni, tutte rigorosamente a due tempi. La 125 montava un monocilindrico da 123,4 cc (alesaggio e corsa 52,2 x 57 mm) con rapporto di compressione 9,2:1, che erogava 8,3 CV a 6000 giri con coppia di 1,07 kgm a 4500 giri. Raffreddamento ad aria forzata, distribuzione rotante e carburatore Dell'Orto da 20 mm completavano il quadro.

La Cosa 150 da 149 cc (57,8 x 57 mm) sviluppava 9 CV a 6000 giri e 1,3 kgm di coppia a 4500 giri. Offriva la possibilità, molto pratica, di riporre un casco sotto la sella, dettaglio non scontato che giustificava la definizione di "Cosa" come qualcosa di nuovo nel panorama Vespa.

Il top di gamma era la 200, con monocilindrico da 198 cc (66,5 x 57 mm) che sviluppava 11 CV a 6000 giri e 1,48 kgm di coppia a 4500 giri. Garantiva prestazioni di tutto rispetto: velocità massima di 100 km/h con accelerazione 0-400 metri in 22 secondi, numeri che la rendevano una delle scooter più brillanti in circolazione.

Tutte le versioni condividevano accensione elettronica, avviamento elettrico e a pedalivella, frizione multidisco in bagno d'olio. Il cambio era a 4 rapporti con comando a manopola. Le dimensioni: 1805 mm di lunghezza, 700 mm di larghezza, 805 mm di altezza sella, interasse di 1270 mm, serbatoio da 8 litri e peso di 115 kg per la 200.

 

LA COSA 2: EVOLUZIONE DEL 1991

Nel 1991, al Salone di Milano, Piaggio presentò la seconda serie, denominata Cosa 2, che avrebbe accompagnato il modello fino al 1995. Gli interventi stilistici erano evidenti nella parte posteriore: nuovo posizionamento del fanalino e portatarga conferivano uno stile più pulito. La sella cresceva in dimensioni, con nuova linea a due piani sfalsati e due maniglioni per il passeggero.

Sul fronte tecnico, il sistema di frenatura veniva completato dal sofisticato dispositivo EBC (Electronic Braking Control) che, tramite sensore magnetico, preveniva il bloccaggio della ruota anteriore. Una vera rarità nel campo degli scooter di media cilindrata dell'epoca. La strumentazione adottava nuova grafica gialla, più leggibile e moderna.

La Cosa 2 nella versione 125 vedeva aumentare la cilindrata a 173,4 cc, con potenza che saliva a 8,3 CV. Anche la 150 cresceva, arrivando a 149 cc con 9 CV, mentre la 200 da 198 cc confermava gli 11 CV. Per tutte le versioni si registrava un miglioramento nei consumi: 2,5 litri per 100 km.

 

UN'EREDITÀ INCOMPRESA

La Cosa doveva far dimenticare l'era della PX e proiettare Piaggio nel futuro. Numeri alla mano, però, fu un insuccesso commerciale, dovuto sia a un nome che non riuscì a catturare l'immaginario collettivo come aveva fatto "Vespa", sia a un'estetica che, pur tecnicamente evoluta, non seppe conquistare il grande pubblico. Tant'è che, alla fine, Piaggio fece marcia indietro e la Vespa PX tornò prepotentemente sulla scena nel 1993

 

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