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In California con la Ducati Diavel: Bagdad Café

di Andrea Padovani, foto di Nicolò Minerbi il 11/06/2014 in Moto & Scooter

C'è un luogo, nel mezzo del deserto del Mojave, che esiste solo nell'omonimo film e nei sogni. L'abbiamo cercato tra le pietraie e il nulla, abbandonando la sicurezza delle highway per perderci nel silenzio dei nostri pensieri

In California con la Ducati Diavel: Bagdad Café
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Una piacevole brezza rinfresca l'aria, c'è il sole, l'Oceano Pacifico è a due passi. Los Angeles è un dedalo di vie che si incrociano ad angolo retto, quartiere dopo quartiere, per decine e decine di chilometri. Le freeway sono arterie che portano sangue ossigenato, vita, in ogni angolo di questo organismo. I grattacieli si specchiano sul serbatoio della Ducati Diavel. Un'immagine destinata a svanire: sto per partire verso il nulla. O meglio, le luci e le esagerazione nel mezzo del nulla: devo andare a Las Vegas. Sono perplesso e preoccupato: è estate e tra me e la città delle mille luci c'è il deserto. Deserto vero, di sabbia, pietre e caldo. Anche in hotel, il tipo della reception ha scosso la testa quando gli ho spiegato le mie intenzioni.

La California è lunga più o meno come l'Italia ed offre paesaggi mozzafiato, città da visitare, l'immenso oceano Pacifico. Ma non è quello che voglio. La mia fantasia è attratta da altro, si nutre di immagini che si sono fossilizzate nella mia testa, di melodie che tornano e ritornano. Chiudo gli occhi e vedo Bono Vox degli U2 in posa davanti allo Yucca Brevifolia che tutti conoscono come Joshua Tree. Un attimo dopo ho davanti decine di corpi nudi che si amano a Zabriskie Point nel film di Michelangelo Antonioni: il deserto e la contestazione giovanile di fine Anni 60 di sfondo… E poi ancora Jim Morrison, il Re Lucertola, che scorrazza a bordo della sua Shelby GT-500 del '67 fischiettando qualche nota di quella che sarebbe diventata "The End". Immagini, flash, fotogrammi di un universo polveroso, secco, disabitato, ai limiti del mondo dinamico e industrializzato del sogno americano.
Le autostrade sono infinite, lunghe, larghissime: sulle quattro, cinque corsie a disposizione c'è da perdersi. Auto di tutte le fogge, anno, prezzo, viaggiano fianco a fianco con ordine e disciplina esasperanti. Gente strana gli americani: se ti azzardi a fare una manovra brusca, un sorpasso sopra le righe chiamano la polizia e son problemi veri. Perché lì non scherzano… Il tachimetro della Diavel balla costantemente tra le 70 e le 80 miglia all'ora e, a 115 km/h, Los Angeles non finisce mai: Pomona, Fontana, San Bernardino… e via via che si avanza l'aria inizia a farsi sempre più calda e secca. Dai finestrini delle auto gli americani mi osservano increduli e anche un po' sorpresi; una moto, per di più italiana, in autostrada… roba mai vista!
Dopo due ore lasciamo la 10 per imboccare la 15 e superare lo Jobs Peak, una piccola catena montuosa che separa la costa dal deserto. Lunghi curvoni e tutt'intorno un paesaggio che si fa sempre più brullo. La strumentazione della Diavel sembra impazzire: la temperatura dell'aria passa da 90 a 110°F in poche decine di chilometri. È come entrare in un forno acceso: manca l'aria, non sudo neanche. O meglio, credo che il sudore non abbia nemmeno il tempo di coagularsi sulla pelle. Mai provata una sensazione del genere: in più, il termometro continua impercettibilmente a salire: 112, 114, 115... Non ho idea di quanti gradi siano, non riesco a fare il calcolo a mente, e comunque il risultato mi sembra irreale. Ma non è normale un caldo del genere… questo è certo!

Barstow
. In albergo, la sera prima mi hanno consigliato di fermarmi qui a rabboccare il serbatoio: prima di arrivare a Las Vegas non c'è altro. Dietro all'area di servizio inizia una distesa di sabbia e sassi e una strada che corre dritta a perdita d'occhio fino all'orizzonte. Se le insegne e le pompe di benzina non fossero nuove, potrei tranquillamente essere una comparsa in un film di Tarantino. Una brezza rovente toglie le forze, poco più un là lunghissimi truck puntano verso mete lontane; che in America - visti gli spazi – sono lontane davvero. Acqua, ancora acqua; per non morire, per andare avanti… L'autostrada non è gentile con i motociclisti: lastroni di cemento e tratti di asfalto segnati da giunture trasversali fanno sobbalzare la moto con cadenza ipnotica. E la Diavel, bella rigida sulle sue sospensioni tipicamente Ducati, non aiuta. Il sole inizia a scendere sull'orizzonte mentre la strada sale e scende sulle poche colline: e ogni volta si apre una vista meravigliosa su distese brulle e infinite. Qualche baracca diroccata di tanto in tanto ai lati e nulla di più. La California e le sue leggi stanno per finire: all'orizzonte si intravede il Nevada che ha la forma di un enorme hotel-casinò sorto qualche metro oltre confine. Montagne russe, luci, parcheggi, palme per qualche centinaio di metri quadri e intorno… il nulla.
Strano posto l'America, si dice che sia una terra di contraddizioni: verissimo, oltre che culturali anche paesagistiche. La mia Ducati corre sorniona in questa terra infinita; peccato che sia tutto dritto, perché nonostante il gommone posteriore da 240 e il fisico "scultoreo", questa roadster apprezza non poco le curve e le pieghe. Anche se qui piegare non è proprio "salutare": rischi di finire davanti a un giudice. In compenso il bicilindrico Desmo mi scarica addosso un calore infernale, come se già non bastasse quello ambientale: all'orizzonte si staglia la sagoma di Las Vegas. Il sole sta tramontando: l'immagine è quasi romantica, per quanto romantica possa essere una città che vive di eccessi, gioco d'azzardo, spogliarelliste e tanto spreco.
Ho bisogno di una doccia. Arriviamo in hotel, o meglio, un formicaio brulicante di vita composto da tre palazzi giganteschi e due silos per le auto: varco uno dei tanti ingressi, dentro la hall non più di venti gradi centigradi e un acquario grande come una casa. Ho lasciato da qualche secondo un forno e una moto a 110°C con le ventole di raffreddamento accese che sputano fuoco, e mi ritrovo in un igloo. Tra me e me mormoro: "…ora collasso! E la facciamo finita". Intanto continuo a pensare che gli USA non siano un posto per motociclisti: in una giornata ho contato sei moto, non esistono parcheggi dedicati, le pompe della benzina hanno un complicato meccanismo che sui serbatoio delle moto è quasi inutilizzabile e gli automobilisti mi guardano come fossi un venusiano. Mangio la classica T-bone, poi via di nuovo: riaccendo la povera Diavel, direzione Strip, la via centrale. Un paio di miglia e sono in un inferno di macchine in colonna e semafori. Non si va avanti, il caldo è ancora pazzesco: vietato superare, occorre stare in fila. A destra e sinistra marciapiedi e spartitraffico. Vietato anche fermarsi! "Adesso esplode", mi dico mentre guardo preoccupato la Ducati. La vista del Bally's, del Caesars Palace, delle fontane del Bellagio non mi consolano. E invidio l'aria condizionata delle auto a qualche centimetro da me, mentre signore attempate e ragazzini mi sorridono esterrefatti dai finestrini. Basta! Torno in hotel. La sveglia suona prestissimo, evitare un po' di caldo è l'obiettivo. Anche perché la prima tappa della giornata è la Valley of Fire. Il nome è tutto un programma.

Esco da Las Vegas: ai semafori e sotto i cavalcavia si vedono homeless che chiedono qualche dollaro o si svegliano tra i cartoni. Una realtà che stride con quella dei casinò a qualche centinaio di metri di distanza. Riprendo la highway e scappo. Mi rifugio di nuovo nel nulla: lascio l'autostrada e imbocco la valle che mi accoglie con il rosso acceso delle sue rocce, esaltato dal blu del cielo. Uno scontro di tonalità, di effetti, di emozioni che si ripete ad ogni curva, ad ogni breve rettilineo. Qui, sulla strada che porta al Lake Mead, il bacino creato dalla diga di Hoover, le auto e i turisti sono rari come le nuvole in cielo. E c'è pure qualche curva da fare… Avanzo in una solitudine irreale, in lontananza una striscia azzurra d'acqua che sembra uno scherzo della natura. Mi fermo, consulto la carta geografica: la diga è lì, a qualche centimetro dal bivio in cui mi sono fermato. Solo che, negli USA, qualche centimetro sulla carta equivale a ore di guida. Apro la zip del giubbotto per cercare un po' d'aria: una goccia di sollievo in un mare di afa. A destra e sinistra solo rocce, pochi nuclei abitati, nessun caffè per una bibita. Per fortuna che la civiltà avanza: ricompare qualche camper, incrocio qualche auto, tutti diretti ad ammirare la diga di Hoover, un immenso blocco di calcestruzzo che sbarra il corso del Colorado River e che fornisce energia elettrica alle mille luci
di Las Vegas. Passeggio lento sulla mia Diavel tra bambini che bevono da bibite ghiacciate da enormi bicchieri di carta, mamme che strillano, gruppi di persone che ammirano tanta maestosità e poliziotti che sembrano regolare il traffico per investitura divina. Sono in una cattedrale nel deserto… La sera, sfinito, perso nel mio delirio di luce e stanchezza, ritorno ipnotizzato "nell'oasi" di Las Vegas e mi barrico in hotel giusto per assistere a un nubifragio nel deserto e a una piccola inondazione delle strade. Prendo a sediate il condizionatore in camera per bloccare il getto ghiacciato… invano. Mi infilo sotto al piumone e mi metto a dormire: la sveglia è all'alba. Mi attende il ritorno a Los Angeles e - di nuovo - il deserto del Mojave. Un caffè e ritrovo la mia Ducati: devo fissare il piccolo bagaglio sul sellino del passeggero, un problema grande quanto il caldo che dovrò affrontare. La Diavel non è una moto nata per viaggiare: mi arrangio estraendo dal codino il maniglione per il passeggero e con un paio di cinghie fisso lo zainetto sulla sella. Meno male che viaggio con una maglietta e lo spazzolino da denti…

Mi lascio Vegas alle spalle con il sole che sorge sull'orizzonte, percorro un'ottantina di chilometri in autostrada, faccio il pieno e poi esco, di nuovo verso il nulla. Obiettivo: riattraversare il deserto del Mojave su strade secondarie. In testa ho le immagini del film Bagdad Café, girato da queste parti, e l'eterea melodia della colonna sonora di Jevetta Steele: la strada corre dritta per decine di chilometri fino all'orizzonte, fino a scomparire tra le valli di una piccola catena montuosa. Lo sguardo si perde in uno spazio immobile, in un tempo senza presente: nessuno in vista, nessuna casa, nessun segno di vita. Inizio a cercare il mio caffè nel deserto puntando il dito sulla cartina sopra una località di nome Cima. Dopo qualche ora di guida scopro che si tratta solo di un incrocio accanto alla ferrovia: qualche baracca di legno, delle auto sfasciate, alcuni bidoni e una sorta di discarica. Un cartello indica Kelso, la mia prossima meta. La strada corre a lato dei binari in un susseguirsi di saliscendi. Sono in moto da almeno tre ore e non ho ancora incrociato nessuno. Solo coi miei pensieri… A Kelso c'è una stazione, o una cosa che gli assomiglia: l'unica struttura in muratura che si vede a perdita d'occhio. La strumentazione della Diavel indica che non ho ancora molta autonomia e inizio a preoccuparmi. Rallento per non consumare troppo ed entro in una specie di dimensione parallela: il caldo si fa sentire, respiro piano, mi muovo lentamente, i pensieri si adeguano. I binari della ferrovia dall'orizzonte si perdono nella sabbia.

Guardo le colline rocciose che ho di fronte: ho sete, di acqua e di benzina. Supero una serpentina di curve e mi ritrovo davanti al cartello The Joshua Tree National Park. Sono sulla sommità di un'immensa vallata che scendo lentamente: finalmente all'incrocio trovo l'indicazione Gas Station. Giro a destra e le ruote della Diavel accarezzano l'asfalto che reca verniciato in bella mostra un simbolo inconfondibile: Route 66. Una decina di miglia e arrivo ad Amboy: una pompa arrugginita mi attende, dalla porta di una casetta in legno lì a lato esce un energumeno in canottiera. Come al solito lotto col tappo e lui mi riempie il serbatoio senza troppe chiacchiere: tolgo il casco e la giacca. Alla mia destra le due vetrine sporche di un caffè, poco lontano la fila di bungalow abbandonati del Roy's Motel, di fronte l'ufficio postale, a poche decine di metri un paio di case prefabbricate consumate dal vento che riposano nella polvere. Entro nel caffè: all'interno una donna di colore troneggia dietro al bancone spoglio. Mi siedo su cuscini logori, appoggio sfinito i gomiti sul tavolo consumato dal tempo e guardo la strada, che dal nulla porta al nulla. Ordino acqua e un caffè. Il mio caffè! Rimango seduto a lungo: un'ora, un giorno, una settimana… perdo la cognizione del tempo. Fuori solo il silenzio. Nessun segno di vita. Una statica e infinita immobilità. Sono arrivato!
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