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Triumph Speedmaster: la prova d'uso

Non è il clone di un'Harley, ma una bicilindrica dalla spiccata personalità e dall'ottimo equilibrio generale. L'abbiamo messa sotto torchio e lei ne è uscita a testa alta

L’avevamo già provata in occasione della sua presentazione, negli Stati Uniti, ma stavolta la Triumph Speedmaster ha trovato asilo per alcune settimane nel garage della redazione.
Occasione propizia per approfondire la conoscenza di questa gustosissima custom Made in U.K.?
La discendenza diretta dalla Bonneville è constatabile nel bicilindrico frontemarcia di 800 cc. Se sulla Bonnie di serie questo propulsore riesce ad avere un aspetto fin quasi imponente ed a riempire tutti gli spazi del telaio, in questa veste le dimensioni vitaminizzate della ciclistica e delle sovrastrutture riescono a far sembrare il twin parallelo persino più piccolo di ciò che è in realtà.
Già all’epoca della vecchia Bonneville (qualcuno dirà: ”quella vera…”) più d’uno si era dilettato nel “condire” la propria moto in “salsa americana”, aggiungendo improbabili manubri a corna di bue, modificando innocui canotti dello sterzo ed allungando le forcelle.
Questa volta invece è la casa madre che, per strizzare l’occhio ai motociclisti d’oltre oceano, ha imboccato il filone custom, prima con la Bonneville America ed ora con questa Speedmaster.
Se la Bonneville America manteneva un certo legame stilistico con la “Bonnie” Standard ed al contempo si denotava per linee piacevoli ma un po’ massicce, è bastato qualche colpo di matita per affilare la custom di Hinckley e, col nome di Speedmaster, renderla decisamente più particolare senza per questo stravolgerla tecnicamente.
Sono pochi i particolari che differenziano le due versioni: la Speedmaster si riconosce per un parafango anteriore più affilato, le ruote in lega, il motore pitturato di nero, una sella più caratterizzata in senso custom e soprattutto per le lunghissime marmitte che corrono basse, parallele alla strada.



E’ proprio dagli scarichi che viene la prima piccola “delusione”: la tonalità è estremamente civile, troppo civile… ma tant’è, viviamo in mezzo agli altri e le leggi lo impongono. Però, limitandosi alle sensazioni uditive, sembra di stare a bordo di una piccola 250 cc e non di un mezzo che per la scheda tecnica è da catalogarsi tra le maxi.
La seconda piccola perplessità è data proprio dal propulsore che, vuoi per le omologazioni
anti-inquinamento, vuoi per le citate norme sulla rumorosità, vuoi per cento altri motivi… Sta di fatto che manca un po’ di vivacità in basso, proprio dove ci si aspetterebbe che un bicilindrico abbia le sue doti migliori.
Agli alti regimi, invece, il motore è proprio piacevole e tenendolo vivo grazie ad un cambio preciso e correttamente spaziato, ci si può divertire parecchio.
E’ bene resistere alla tentazione di giudicare la moto dai piccoli “nei” che purtroppo si evidenziano fin dall’avviamento: sarebbe un grosso errore perchè questi sono veramente gli unici due appunti che si possono fare a una moto che, pur con le sue peculiarità, una volta in condizione di marcia riesce ad essere veramente perfetta e divertentissima.


La posizione di guida risente in tutti i sensi dell’impostazione che la Triumph ha voluto dare alla sua Speedmaster: gambe distese, braccia un po’ appese e torace diritto, ma tutto questo comunque non affanna eccessivamente e, a patto di prendersi qualche sosta ogni tanto, si può pensare di fare parecchia strada a bordo della 800 di Hinckley.
Esteticamente la moto è dotata di un fascino molto particolare: richiama gli stilemi d’oltre oceano ma senza volerli copiar pedissequamente, e la sensazione di avere a che fare proprio con una Triumph (e non con un clone di una Harley) non viene mai meno.
Forse il posteriore rimane ancora un po’ tanto massiccio rispetto all’avantreno, ma l’insieme è comunque armonico.
La qualità generale delle finiture è più che buona. Ma è in movimento che la Speedmaster da il meglio di sé; preso un certo slancio, infatti, ci si dimentica di uno sterzo che a causa della notevole avancorsa da fermo è pesante e tende a chiudere, mentre in movimento è inaspettatamente molto preciso e veramente piacevole sia come risposta sia come sensazione di precisione e sicurezza in curva.
Su una statale la moto scende in piega in modo assolutamente progressivo ed inaspettatamente rapido e preciso, la guida è molto più proficua e divertente di quello che legittimamente ci si potrebbe aspettare dalle quote ciclistiche.
Una volta in piega la moto è stabile e, paradossalmente, lo è sempre più all’aumentare della velocità; offre una risposta ciclistica di una buona moto turistica che di una custom ed è veramente difficile non grattare i tacchi degli stivali in curva.
A frenare l’entusiasmo ci pensa la pressione dell’aria che si fa sentire maggiormente a causa sia della totale mancanza di protezione sia per la posizione di guida in chiaro stile custom.
Resta comunque il fatto che non siamo in presenza di una supersportiva e superato l’elevato limite del mezzo si fanno sentire i problemi legati alle geometrie del telaio. Per sfruttare al meglio i due dischi anteriori, ad esempio, è bene sincerarsi di essere perfettamente diritti e poi pinzare anche con molto vigore (difficile bloccare la ruota), ma sempre in maniera progressiva per dare il tempo alla forcella di lavorare a dovere.
Le sospensioni posteriori svolgono bene il loro compito in tutti i frangenti, salvo essere un po’ troppo secche sulle piccole asperità cittadine.
I consumi sono più che onesti: con un pieno di benzina si riescono a coprire anche 220 km.




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