Attualità
Ecco perché in Italia non c'è spazio per troppi costruttori cinesi
Quote di mercato in crescita, ma il futuro non sarà per tutti: tutti i motivi per i quali molti marchi cinesi spariranno dal mercato italiano
"Ne resterà solo uno". Oddio, magari non sarà solo uno, come recita la mitica battuta del film "Highlander", e magari saranno tre o quattro. Ma ciò di cui abbiamo la certezza è che la cosiddetta "invasione cinese" nel mercato moto italiano vivrà una fase diversa, nel giro di pochissimi anni. Chiamiamola contrazione, o riflusso. La sostanza però non cambia. Lo spazio per tutti non ci sarà. Vediamo insieme perché.
Finora infatti abbiamo osservato una fase di continua espansione dei cosiddetti "non premium player", ossia tutti questi costruttori cinesi che, a forza di continui sforzi nella proposizione di moto e scooter con un pauroso rapporto tra qualità e prezzo, hanno conquistato quote di mercato senza pari a livello europeo. In Italia, infatti, la loro penetrazione è attorno al 20-22% del totale dell'immatricolato. Ed è anche grazie al loro ingresso che il numero di moto vendute è aumentato: una offerta di veicoli a prezzi interessanti ha contribuito a portare (o riportare) in moto migliaia di persone che, altrimenti, non sarebbero salite in sella a una moto. Una storia ben nota, almeno quanto la popolarità di Benelli (che in questo è stata un'apripista).
C'E' CINA E CINA
C'è però Cina e Cina. Parlare genericamente di costruttori cinesi è, infatti, fuorviante e pericoloso. A detta di chi scrive, la nazionalità del costruttore non la fa la localizzazione degli stabilimenti. Secondo questa logica, Moto Morini e Benelli sono cinesi almeno quanto Piaggio è vietnamita, BMW indiana o Ducati thailandese. A fare la differenza è la "testa", il luogo dove si trovano il cuore pensante, la ricerca e sviluppo e il design dell'azienda. Allo stesso moto, è fuorviante parlare di aziende cinesi laddove - in un contesto economico inevitabilmente globalizzato - la testa è in Cina, ma magari l'R&D in Germania e il design in Italia.
E c'è Cina e Cina anche - e soprattutto - a livello qualitativo e di marchio. Perché se ormai alcuni brand si sono sedimentati nell'immaginario collettivo (pensiamo sempre a Benelli e Moto Morini) e hanno raggiunto un livello differente di consapevolezza nel pubblico, molti altri invece devono ancora trovare una loro collocazione. La Cina è già oggi un variegato mosaico, una scala da zero a dieci che parte da prodotti premium e ben fatti, come CFMoto, passando attraverso varie sfumature da Voge, QJ Motor, Benda, MBP, e arrivando infine a costruttori oscuri e piuttosto mediocri.
CHE COSA FARA' LA DIFFERENZA
Cosa farà la differenza? In primo luogo, abbiamo la certezza che la torta non crescerà all'infinito. Gli spazi del mercato italiano hanno raggiunto una sorta di tetto già molto elevato (che lo hanno portato a essere il più vasto d'Europa) e difficile da sfondare a livello numerico. Ci sarà da mangiare per tutti? Sì, almeno nel breve-medio periodo. Ma nel lungo, non tutte le Case cinesi riusciranno a sopravvivere.
A fare la differenza saranno due elementi, uno locale e uno esterno. Quello locale è chiaramente la qualità del distributore-importatore a cui ci si affida, e che determina il successo o l'insuccesso del marchio. Per individuare quello esterno, bisogna andare proprio in Cina, laddove è lo stesso governo centrale a incentivare la competizione (fratricida) tra aziende dello stesso settore.
In quest'ottica darwinistico-positivista, ne rimarrà solo uno. Anche perché non tutti sono in grado di soddisfare le esigenze dei mercati occidentali. Dove sono richieste qualità e durevolezza. L'effetto prezzo e dotazioni top serve a stupire in un primo momento, ma poi questi mezzi devono essere mantenuti, avere sufficienti parti di ricambio, una buona qualità e - se possibile - anche una rivendibilità sul mercato dell'usato. Tutte caratteristiche che solo i giapponesi e i marchi premium possono vantare.
LA SFIDA DEL PREMIUM
E' evidente come la fascia media del mercato sia quella nella quale a oggi i brand cinesi "da esportazione" hanno ancora più margini di manovra. Sul fronte del premium, devono ancora dimostrare di poter essere realmente competitivi (a livello qualitativo, certo, ma anche di appeal di marchio). Sapranno fronteggiare la nuova concorrenza - in particolare quella indiana, che nei prossimi anni sarà sempre più forte - e la resilienza dei marchi giapponesi ed europei? Il risultato non è così scontato.
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