Attualità
Dentro la Dakar: vivere la gara più dura del mondo dall’interno
Tre giorni tra paddock, polvere e prove speciali vissuti da dentro la Dakar, assieme a Hero Motorsport, per capire perché non è solo una gara
Quando chiama il direttore, di solito c’è qualcosa di grosso in ballo. L’anno scorso l’Himalaya, quest’anno la Dakar. La gara delle gare, la più dura e affascinante di tutte. Non da pilota, sarebbe chiedere troppo, ma da inviato sul campo, per seguire in prima persona gli ultimi giorni pre partenza, il prologo e le prime tappe. Non ci devo neanche pensare, è un sì automatico. A invitarci è Hero MotoCorp. Hero sta sbarcando sul mercato europeo e italiano proprio in questo periodo ed ecco che comincia a spingere con operazioni di marketing tipo questa.
Volo da Malpensa a Jeddah, Arabia Saudita, orologio che va in avanti di due ore e poi 300 km di trasferimento in auto sino a Yanbu, più a nord sempre lungo la costa del Mar Rosso. Qui a Yanbu, fuori da un centro che misura non meno di 30 km di diametro, c’è il paddock della Dakar. Passi sotto l’arco rosso con la scritta The Dakar adventure begins e ti addentri in quello che è più di un semplice paddock, è una vera e propria cittadella con le sue vie, i suoi rumori, le infrastrutture, i punti di ritrovo e così via.
Prima destinazione, tenda della squadra Hero Motorsport, di cui sono ufficialmente ospite. Tra le formazioni factory presenti qui alla Dakar categoria Moto, è forse la meno altisonante, ma il progetto è estremamente interessante e forse, per certi versi, addirittura più affascinante rispetto a Honda e KTM. Sotto il gazebo ci sono tre moto, la numero 46 di Ross Branch, pilota del Botswana campione del mondo rally raid 2024, la numero 11 del cileno Nacho Cornejo, la numero 96 dell’austriaco Tobias Ebster, purtroppo già ritirato con una mano rotta nel momento in cui scrivo.
Inevitabilmente, le moto sono ciò che più attira la mia attenzione. Se n’è parlato poco negli anni di queste Hero, nessuno sa davvero cosa ci sia sotto e io sto finalmente per scoprirlo. Ad uno sguardo distratto, il telaio, per quel poco che si può vedere, sembra quello a traliccio delle KTM di penultima generazione. Ma se lo guardi bene, confronti le immagini con attenzione, capisci che non è lo stesso: sezioni differenti, andamento simile ma non identico. E poi il motore, che mi lascia per un attimo a bocca aperta. I carter sembrano ricavati dal pieno.
Parlo prima con Nacho Cornejo e poi con Wolfgang Fischer, team manager Hero ed ex Honda HRC, che mi spiegano un po’ come stiano le cose. Il telaio è effettivamente nato prendendo spunto dal progetto KTM, ma si è pian piano evoluto seguendo una strada propria. Il basamento del motore poi è proprio ricavato dal pieno, mentre la termica è ottenuta tramite stampaggio 3D partendo da un blocco di alluminio, metodo che consente di testare soluzioni differenti in tempi rapidi. Sono sinceramente impressionato. Stiamo parlando di tre veri e propri prototipi, che non hanno assolutamente nulla in comune con qualsiasi altra moto.
Ma chi c’è dietro a questo progetto pazzesco? I ben informati lo sanno già: Speedbrain, la struttura con sede in Germania, la stessa che anni addietro curava le Husqvarna e le BMW della Dakar, quelle strane con il pignone coassiale al perno del forcellone. È dal 2017 che Speedbrain funge da reparto corse per Hero MotoCorp, si partì proprio rimarchiando le vecchie Husqvarna-BWM fino ad arrivare a costruire un mezzo proprio partendo da zero. Il budget investito è importante, le ambizioni sono alte.
Quando arrivo io, è il giorno prima del prologo. Verifiche già fatte, moto pronte, ma la gara sarà l’indomani e l’atmosfera è abbastanza rilassata. Lo è quasi altrettanto nel recinto della famigerata Malle Moto, la categoria ufficialmente nota come Original by Motul, i cui piloti corrono senza team di assistenza e con una sola cassa di ricambi (malle in francese significa appunto “cassa”), dovendo arrangiarsi con la manutenzione e dormendo ogni notte in tenda. Sono una trentina sui circa 120 partenti e sono i più tosti di tutti, poco da dire. Qui la compagine italiana è composta di 3 piloti: Tiziano Internò, noto ai più come Rally POV, il debuttante Andrea Gava, Cesare Zacchetti. Manca purtroppo Manuel Lucchese, che ha dovuto dare forfait solo poche settimane prima di partire per l’Arabia a causa di un brutto infortunio alla schiena; a lui vanno i nostri migliori auguri. Di fronte a loro ci si può solo che togliere il cappello, indipendentemente da come andrà a finire. Ci vuole un coraggio da leoni anche solo per iscriversi.
Io rientro nel programma Guests della Dakar e vengo trattato come un lord, quasi troppo considerato che parliamo di una gara di rally raid. I maggiori sponsor dell’evento, Hero, Dacia, RedBull, Defender, hanno ciascuno i propri ospiti e questi vengono scarrozzati qua e là in fuoristrada, prima a vedere il passaggio di moto, auto e camion lungo la speciale e poi al campo tendato notturno, sempre serviti e riveriti con buffet curatissimi. Nella tenda dove dormo ci sono la presa della corrente e pure una stufetta elettrica… come ho detto, persino troppo: a me interessano le moto, la sabbia e la polvere.
Ecco, la polvere, questa non manca mai, soprattutto per chi non parte tra i primissimi. Le prime moto prendono il via in prova speciale a tre minuti l’una dall’altra, gli ultimi a 30 secondi. Potete immaginare. Ancora peggio, sempre per gli ultimi a partire, è quando arrivano le prime auto, che vanno inesorabilmente più forte e verso metà o fine prova speciale li raggiungono. Il sentinel, una sorta di campanello d’allarme montato sulla torretta o sul manubrio, inizia a suonare, bisogna farsi da parte, ma quando arrivano parecchi 4x4 uno vicino all’altro la situazione diventa delicata: si deve navigare, guidare, stare attenti a non intralciare il passaggio, il tutto in una nube di polvere che non permette di vedere molto più in là del parafango davanti. “Pura sopravvivenza” come hanno detto alcuni.
Vederli passare in prova, però, i primi, è uno spettacolo ancor più di quanto mi aspettassi. Considerato che le speciali sono facilmente da 3 o 400 km, si è portati a pensare che guidino tenendosi un certo margine di sicurezza. Nossignore, questi stanno al 99% per quattro ore di fila, con una partenza sotto l’arco che per molti è degna di una mance di cross. Stesso discorso, forse ancor di più, per i piloti di auto, che sembrano davvero impegnati in una normale speciale di rally da 10 o 15 minuti. C’è anche da dire che gli ufficiali, a fine tappa, hanno a disposizione un team di meccanici e un camion di ricambi, possono quindi stressare il mezzo più di quanto possa permettersi di fare un pilota della Malle Moto. Per questi ultimi, invece, preservare moto ed energie è vitale: si corre tanto, si aggiusta quanto basta e si dorme poco, per due settimane. Poi, per carità, è tutto relativo, i primi della Malle Moto sono comunque gente che va veramente forte, ma sono convinto che per loro serva un pizzico di gas in meno e un pizzico di testa in più. “Serve un ritmo rapido ma che non ti faccia prendere grossi rischi”, per usare le parole di Andrea Gava.
Ma al di là di tutte queste considerazioni sulla corsa in sé, sulla Dakar bisogna spendere qualche parola in più. Dicono che sia più di una semplice gara, ma cosa vorrà dire? Non te ne rendi bene conto fino a che non metti piede nel paddock. Come ho scritto, è una cittadella fatta e finita, un piccolo mondo a sé dove tutto ruota attorno ai motori, ma dove comunque ciascuno ha il proprio ruolo. C’è il cuoco, il fotografo, l’autista, il giornalista, lo speaker, il manager. Sono tutti tessere di un puzzle, alcune magari un po’ più grandi e importanti, sì, ma tutte funzionali a disegnare un dipinto unico ed eterogeneo, che senza qualche pezzo perderebbe inevitabilmente di colore e anima. Non dico che alla Dakar essere il pilota o chi cucina la pasta sia uguale, ma la sensazione è che si sia tutti egualmente indispensabili e parti integranti di una famiglia che si muove in camper, furgoni e camion. Seguire la Dakar come fotografo, giornalista o operatore video vale tantissimo lo stesso; non sei l’eroe, d’accordo, ma senza di te l’eroe non avrebbe modo di splendere. È un luogo dove è inevitabile conoscere persone nuove, anche personalità importanti di questo mondo. Me ne sono reso conto in tre giorni, figuriamoci stando lì per tutta la durata dell’evento. Avete presente la forza centripeta, quella che all’aumentare della velocità ti tira dentro sempre più? La Dakar ha quella cosa lì, basta sfiorarla per restarne catturati.
La mia reazione, tornato a casa, è come quella della pubblicità Costa Crociere di qualche anno fa, qualcuno di sicuro la ricorda. Che farò ora? Inizio a guardarmi attorno per il mio primo rally nel deserto, che domande.
Per inserire un commento devi essere registrato ed effettuare il login.