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Quel che resta della Malaguti

Christian Cavaciuti il 16/04/2018 in Attualità

Là dove c'era il Fifty ora c'è... uno stabilimento di macchine per l'imballaggio. I tempi cambiano, la Malaguti lascia il posto alla Robopac e un pezzo di Motor Valley diventa Packaging Valley. L'economia va avanti - e per fortuna - ma con meno capacità di far sognare

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Chi dalle punizioni climatiche della pianura padana cercava sollazzo sulla costa adriatica, per decenni ha percorso l'Autostrada del Sole e poi la A14. Poco dopo Bologna, a Castel San Pietro, era impossibile non notare l’immenso "Stabilimento N.3" di Malaguti, un parallelepipedo giallo e blu di 27.000 metri quadrati.

Lo stabilimento Malaguti riassumeva in sé mezzo secolo di storia industriale, e soprattutto la gloriosa epoca dei cinquantini degli anni Settanta e Ottanta scritta tra Modena e Bologna da aziende come Malanca, Romeo/Motron, Cimatti, Unimoto, Minarelli, Franco Morini e, appunto, Malaguti.

Dal successo del Fifty al boom dell'F10

Nata negli anni Trenta, l’azienda di San Lazzaro di Savena era esplosa proprio in quei vent'anni dorati, con il Fifty prima e con gli scooter F-10, F-12 Phantom ed F-15 Firefox poi. Era stata l'unica di quel gruppo capace di fare il salto da artigianato a industria negli anni Novanta, arrivando ad avere una grossa fetta di mercato a fine decennio, negli anni del boom delle due ruote: e proprio per placare la fame che pareva insaziabile dei quattordicenni di allora era sorto l’immenso stabilimento lungo la A14. Poi, altrettanto improvvisa, era arrivata la crisi: tra targa e assicurazione obbligatorie, giro di vite sulle truccature, crisi economica del 2008 e generale mutamento degli interessi dei ragazzi, l'azienda era rimasta strangolata, scoprendosi un colosso dai piedi d'argilla.

La crisi e la fine della Malaguti

Affrontare la crisi avrebbe richiesto prendersi rischi, profondere enormi energia e capitali. I fratelli Marco e Antonino Malaguti, nipoti del fondatore Antonino e figli di Learco che la aveva guidata nel periodo di massimo splendore, non se la sentirono: a fine 2011 alzarono bandiera bianca, liquidando fornitori e dipendenti fino all’ultimo centesimo, con una correttezza d'altri tempi.

Privato delle insegne Malaguti, lo stabilimento numero 4 rimase lì come uno scheletro nel deserto, a testimoniare la gloria di un'epoca ormai tramontata visto che la crisi si era progressivamente portata via, oltre a Malaguti, buona parte dell'indotto, e nomi storici come Verlicchi e Marzocchi.

La nuova vita dello stabilimento

Ci sono voluti sei anni per rivedere le luci accese sull’enorme capannone gialloblù. Le hanno riaccese a fine 2017: solo che adesso è grigio e nero, e da lì non escono più moto e scooter ma macchine per il confezionamento e l'imballaggio. Dietro ci sono altri imprenditori di sangue emiliano, gli Aureli di Rimini e i parmensi Gatteschi. Castel San Pietro ospita la loro recente alleanza che fattura 290 milioni di euro l'anno, il doppio della Malaguti dei tempi d'oro.

Se passate da quelle parti, fateci caso. Perché sopra quello che era un pezzo della Motor Valley c'è ora scritto, a caratteri cubitali, "packaging valley". Ma questa è l'Italia, dove come dice Jovanotti, "sembra tutto perduto, poi ci rialziamo". Anche se magari con una faccia diversa.

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