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Incidentalità stradale: non ci siamo

di Riccardo Matesic
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I dati sugli incidenti del 2011 segnano di nuovo il mancato raggiungimento dell'obiettivo europeo di dimezzare la mortalità. Il mezzo a due ruote ancora sotto accusa, mentre mancano i dati sulla guida in stato d'ebbrezza

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Finalmente abbiamo i dati definitivi relativi all'incidentalità stradale del 2011. Li hanno presentati ACI e ISTAT, facendo seguito alle elaborazioni provvisorie diffuse nello scorso mese di giugno. Un fatto imbarazzante questo della lentezza di raccolta dei dati, perché oggi ragioniamo su numeri vecchi di un anno, mentre negli altri paesi si viaggia quasi in tempo reale.
Il nodo, come detto più volte, sono le polizie locali, che verbalizzano oltre il 60% dei sinistri, e che non sono organizzate per inserire celermente i verbali nell'archivio nazionale. Cosa che fanno invece Polizia Stradale e Carabinieri, dotate di un collegamento telematico diretto. Per questo bisogna sensibilizzare i comuni, in modo che investano rendendo più celere la raccolta delle statistiche.
Ma c'è da lavorare anche sui formati delle schede attuali usate per digitalizzare i verbali, perché il dato sulla guida in stato d'ebbrezza o sotto l'effetto di stupefacenti viene regolarmente "dimenticato".
Al punto che ACI e Istat hanno deciso di non inserirlo nella statistica ufficiale. Ne scaturirebbe infatti una percentuale artificiosamente bassa, assolutamente non in linea con tutte le statistiche degli altri paesi.

In compenso l'Istat ha aperto una linea di comunicazione con le regioni, per avere degli aggiornamenti sulle evoluzioni anche a dati già comunicati. Evitando dunque il rischio di ignorare alcuni decessi, come successo fino allo scorso anno e denunciato dall'Asaps e dalla Fondazione Guarnieri.



Cominciamo con i dati principali: gli incidenti sono diminuiti del 2,7% (205.638 sinistri), i feriti del 3,5 (292.019) e i morti del 5,6% (3.860). Valori che, negli 11 anni trascorsi dal 2001, portano la riduzione della mortalità stradale italiana al 45,6%.
Dunque l'Italia manca ancora l'obiettivo europeo del dimezzamento dei decessi, e si piazza al 14° posto nella graduatoria europea (la Spagna è leader con -62,7%), nonostante una crisi economica che ha fatto diminuire il traffico stradale e il venduto di carburante dell'1,1% nel 2011 (nel 2012 siamo provvisoriamente al -8%). In compenso il nostro paese è pur sempre sopra la media europea di riduzione della mortalità, che è al 44,6%.
Gli incidenti avvengono prevalentemente sulle strade urbane (76,4%), con il 45,2% dei morti e il 72,9% dei feriti. Se ne deduce che i sinistri più gravi si verificano sulle strade extraurbane, eccezion fatta per le autostrade, che con il Tutorcontinuano a segnare forti percentuali di miglioramento (-10,1% nel 2011).
Fra le cause, il primo posto va alla guida distratta (maledetto telefonino al volante!), seguita dalla mancata precedenza e dall'eccesso di velocità. I più colpiti sono i giovani fra i 20 e i 24 anni.
Da considerare che gli utenti deboli della strada (motociclisti, ciclisti e pedoni), da soli superano la metà delle vittime di incidente. E le moto sono sempre di più nell'occhio del ciclone. Già, perché il nostro amato mezzo è coinvolto nel 14% degli incidenti, ma genera il 32,1% dei decessi. Mentre le auto, protagoniste del 66,1% dei sinistri, si fermano al 44,2% dei decessi.
Insomma, scopriamo l'acqua calda dicendo che l'incidente in moto è più pericoloso, ma l'indice di mortalità delle due ruote (un decesso ogni 1,7% dei veicoli coinvolti in incidenti) è oltre il doppio di quello delle auto (0,7%). Ugualmente pericolose le minicar (1,7%) e le biciclette (1,6%), mentre i ciclomotori si fermano allo 0,8%.
La ricerca completa è corposissima, e si spinge ad analizzare i dati regionali e locali. È disponibile liberamente sul sito istat.it, con l'auspicio che i numeri e le elaborazioni vengano utilizzati dagli amministratori responsabili delle politiche di mobilità e sicurezza.
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