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I viaggi dei lettori

Edi Orioli e il Desert Challenge Mongolia 2001

il 01/07/2001 in I viaggi dei lettori

La nuova avventura in fuoristrada del quattro volte campione della Parigi-Dakar nel Deserto del Gobi sulle tracce dell'impero di Genghis Khan. La gallery con le foto

Edi Orioli e il Desert Challenge Mongolia 2001
Convogli di nomadi


di Piero Batini




Edi Orioli aveva promessso che le esperienze del Ténéré e dell'Atacama non sarebbero rimasti episodi isolati. A pochi mesi dalla sfida al deserto più arido del Cile, il Desert Challenge 2001 torna in Mongolia, nel Deserto del Gobi. E il progetto della serie di grandi reportages focalizzati sui deserti più belli del pianeta si arricchisce di un altro capitolo, questa volta sulle tracce delle origini del più grande impero senza sbocchi sul mare che la storia registri, quello di Genghis Khan.







La nuova avventura che ha per protagonista il quattro volte vincitore della Parigi-Dakar è partita dall'Europa il 3 giugno 2001, per installare la sua base ad Ulaan Baatar, capitale della Mongolia. La spedizione vera e propria ha avuto il suo avvio, invece, il 5, quando Edi Orioli è salito in sella alla stessa Honda Transalp che ha vinto la sfida dell'Atacama per scendere verso il Sud del paese e raggiungere il Deserto del Gobi.

Un tracciato di 2.220 km di difficile fuoristrada nella zona meridionale del Deserto del Gobi è stato l'anello di congiunzione delle mète fondamentali dell'avventura. La Valle del Ghiaccio e la Valle dei Dinosauri, le pitture rupestri di Sevrei Sum, le Grandi Dune di Chongoryn Els e il gigantesco Canyon di Choolt Bag.
Una delle aree meno densamente popolate della Terra, escursioni termiche tra giorno e notte da record, la solitudine del Paese dai Cieli Azzurri e gli isolati ed episodici insediamenti dei nomadi dediti all'allevamento in una terra bellissima ma priva di qualsiasi forma d’organizzazione per la realizzazione di un viaggio che fu un incubo per i fratelli Polo.






Sbarchiamo a Ulan Bator (dizione europea di Ulaan Baatar) il 4 giungo, dopo venti ore di volo, e la sera siamo già da Francesco Bernardini, uno dei due italiani residenti in Mongolia - l'altro è Roberto Ive, la nostra guida - uomo “avventura-della-vita” che ha un ristorante con annessa una piccola e simpatica balera che si chiama “Ambasciata d'Italia”.
Il giorno seguente visitiamo in città il commovente tempio buddista di Gan Dam e l’interessante Museo di Storia. Il 6 mattina carichiamo bagagli, attrezzature e viveri sulle Uaz e partiamo, in convoglio dietro a Edi fino a che c'è asfalto (venti chilometri a sud di Ulan Bator).






Poi Edi parte in solitario verso Mandalgovi, l'appuntamento è a Baga Gazryin Chulu, una vasta radura erbosa con un piccolo canyon roccioso le cui pareti erano parte integrante di un monastero, distrutto nel '38 dalla furia rivoluzionaria che, in quel disgraziato periodo, aveva deciso di cancellare la cultura dei lama.
Bivacco con luna piena e, la mattina successiva, pista per Dalanzadgad. La città (15.000 disperati abitanti, risse notturne di ubriaconi, albergo fatiscente e buio per le strade) è la base del largo giro nel Gobi del Desert Challenge.

In successione Edi tocca le località che ha selezionato sulla carta. Le incisioni rupestri a Sevrey Sum, difficili da scovare perchè segnalate in modo errato sulle mappe, sono il primo salto nel passato remoto della Mongolia, fermo restando che il passato è tutt'ora presente. Al riparo nelle Gher, caratteristiche tende circolari, incontriamo piccoli convogli di nomadi che "traslocano" verso una zona più favorevole al pascolo per le loro mandrie di cavalli e cammelli e i loro greggi di pecore.





Tappa successiva è l'incredibile canyon di Konghoryn Els, due pareti di roccia con una lingua di sabbia e dune lunga centinaia di chilometri, suggestiva più di un tuffo nel Sahara. E poi Yolim An (la valle incantata), il tuffo nel "jurassic" di Bayan Zag, il rientro a Dalanzadgad e, poi quello, interminabile, ad Ulan Bator.

Noi "maciniamo" lentamente, arrancando, Edi spazia nel deserto, si diverte dove la sicurezza permette alla sua Honda di "esprimere il potenziale", e, quando ritiene che è meglio andarci piano, contiene l'impeto del pilota che ritrova il proprio equilibrio solo sfrecciando verso direzioni ignote.
Alla fine saranno 2200 km per noi, praticamente senza sosta nei dieci giorni netti della spedizione, e quasi 2.600 per Orioli, che attenderà per molte ore il nostro arrivo.






2200 km di piste infernali, nessuna possibilità di supporto esterno alla spedizione, in un territorio dagli scenari interessanti, ma brutale e tutt'altro che accogliente. Messi in fila da qualsiasi altra parte, sono chilometri facili, ma in Mongolia è un'altra faccenda.
Non ci sono distributori e nei pochissimi, abbandonati villaggi sulla strada non si trova neanche l'acqua (ma la birra, e soprattutto l'Arkhi, la vodka, sì).

Se Ulaan Baatar lascia sconcertati, la Mongolia disorienta. La capitale ospita quasi la metà dei due milioni e mezzo di abitanti della nazione dell'Asia Centrale, la restante metà vive nel più puro rispetto della sua storia di popolo nomade, una tradizione racchiusa nelle "gher", le tipiche, bianche tende circolari. Ma "Gher" è anche il termine mongolo che definisce la "casa", altrimenti intraducibile. Intorno, i greggi di pecore (che sono alimento e possesso importante, con il loro "cashemire") e di capre. Più in là cammelli e cavalli che corrono liberi, simbolo di una società che corre, piano, nel vento dei "cieli azzurri".





Le due città incontrate sul cammino (Dalanzadgad e Mandalgovi) sono il fantasma di se stesse, ed il ritratto di una realtà cancellata con l'abbattimento del muro di Berlino. Ruderi appena riconoscibili sono, invece, i templi bruciati e distrutti della tradizione religiosa dei lama. Non capire una parola di una lingua troppo lontana dalla nostra cultura, poi, contribuisce a rinforzare la sensazione di isolamento.
E’ difficile pensare di andare in vacanza in Mongolia, nel Gobi in particolare, ma organizzarvi una spedizione come il Desert Challenge vale la pena.




Il Deserto del Gobi vale un viaggio tra i più duri che si possano immaginare, con un clima tanto secco da prosciugare le energie mentali prima ancora di quelle fisiche, per raggiungere località che lasciano il segno.
Yalin Am, per esempio, una specie di mitica Atlantide del Gobi, una valle verdissima incastrata tra le pareti di roccia di un canyon in fondo alla quale il ghiaccio dei meno 40 dell'inverno del Gobi resiste ai più 40 dell'esterno d'estate. O Bayan Zag, la "Rupe Fiammeggiante", esempio della teoria sull'estinzione dei dinosauri basata sul prosciugamento delle risorse idriche dell'area. Qui, nel 1911, sono stati scoperti gli scheletri fossili di uno zoo della preistoria, e molti di essi sono esposti nell'interessantissimo Museo di Storia Naturale di Ulaan Baatar.






Il Desert Challenge si muove in sella alla Honda Transalp che Roberto Boano ha preparato sulle istruzioni di Edi Orioli. Una moto elegante, "amelioreé" con sospensioni da gara, serbatoi rimodellati sulle linee originali per contenere più benzina, una completa strumentazione di navigazione, gomme Desert e cerchi rinforzati, e tutta una serie di modifiche di dettaglio, tremendamente funzionali.





Il Desert Challenge si muove veloce quanto decide Edi, che guida la sua Transalp sempre in scioltezza, ma attento. Il resto della spedizione si sposta più in "sintonia" con la realtà mobile mongola: sulle UAZ, le jeep russe dette anche "’69" in omaggio alla data di nascita di queste scatole di pesante e fragile lamiera mosse da un quattro cilindri di 2.200cc. Queste 4x4 sono degli amplificatori di avventura che lasciano col fiato sospeso fino alla mèta, peraltro sempre raggiunta. Una volta perdono l'impianto di scarico, un'altra è la batteria che vola via. Rigide sulle sospensioni come una legnata sulla schiena, tengono all'acqua del Gobi come un imbuto.
Ma sono le sole disponibili, le uniche che possono essere riparate in qualsiasi angolo del deserto dei mongoli, le uniche che corrono (si fa per dire) le piste del Gobi facendosi superare non dico dalle gazzelle, ma anche dai pochi somari fulminati dal sole.

Torturati e smantellati fino all'ultima vertebra, abbiamo sognato per dieci giorni una Toyota o una Mitsubishi, o anche solo una due cavalli. Ma i mongoli sfrecciano nel loro deserto anche con un altro miracolo della tecnologia sovietica, la Ich Planeta, una moto due tempi di 250cc disponibile nella sola versione rossa. A discapito dell'apparenza, la due ruote sovietica progettata immediatamente dopo l'ultimo dinosauro ha dimostrato invece una certa solidità e un discreto comfort, trasportando intere comunità tipicamente composte da driver, passeggero e capretta sulla sella rivestita di arabescati scendiletto.






Edi Orioli lo conosciamo tutti, piuttosto bene. Ha un curriculum agonistico da far paura, ed una straordinaria voglia di "stare nel suo ambiente": le moto da rally ed i grandi spazi.
Il suo progetto di documentare le esperienze dei Desert Challenge è una grande idea, che meriterebbe ancor più spazio.

Anche il Mongolia 2001 è un progetto interamente suo, che ha curato ogni dettaglio della spedizione. Oltre a far scorrere la sua Transalp sulle piste individuate sulle povere carte, ha dovuto tenere insieme l'intero team. Un fotografo di fama (Orazio Truglio), un operatore in gambissima (Alex Beltrame), un medico alpinista (e andinista, Carlo "Lecter" Peano), il più geniale dei giornalisti (io), la guida ed il supporto logistico. Tutti insieme fanno un manipolo di ossi duri, uomini difficili da gestire in un ambito ristretto (come su una barca, in oceano).




Bene, la sorpresa più interessante dell'ultima edizione del Desert Challenge è proprio questa vocazione di Orioli: quella del Team Manager. Attento a ogni esigenza dei singoli "personaggi" senza perdere mai di vista l'obiettivo centrale della spedizione, ed ovviamente concentrato sul ruolo principale di pilota alle prese con un viaggio tutt'altro che semplice, Edi è stato all'altezza di un compito normalmente molto impegnativo, che è quello di fungere da elemento di coesione di un gruppo eterogeneo con differenti esigenze pratiche.
Ha saputo amministrare il "materiale umano" con la stessa saggezza ed equilibrio che gli hanno consentito, nel suo passato di pilota vincente, di portare al limite le sue moto da corsa senza mai romperne una, raggiungendo i massimi obiettivi che si era assegnato.






Viaggiare in Mongolia non è uno scherzo. Rivolgersi ad una guida seria, quasi indispensabile. Incontriamo la nostra all'aeroporto di Ulaan Baatar, ma sentiamo la sua voce, per la prima volta, solo qualche giorno dopo, in pieno Gobi.
Collo taurino, folti baffi alla... mongola, parla un inglese corretto con forte accento triestino, veste europeo, mangia impugnando con le mani ossi di montone giganteschi e si pulisce la bocca con il braccio. Di conseguenza il suo gilet di pelle, centenario, è ormai impermeabilizzato. Si fida solo del naso e della memoria; mai di un GPS o di un contachilometri. Beve e si lava i denti con la birra, ed usa l'acqua solo per i rabbocchi del radiatore della sua Uaz.

Scherzi a parte, Roberto Ive, laurea in scienze politiche, giornalista, alpinista ed un Camel Trophy sulle spalle robuste, conosce in profondità la realtà della Mongolia, paese che ha eletto a proprio domicilio da dieci anni e dove ha portato anche la neonata Ambra, la figlia sua e della moglie tedesca. E’ lui la nostra guida d'eccezione.




Il resto della formazione è composto da Orazio Truglio, fotografo idealista e creativo d'eccezione dotato di una sensibilità "ganza"; da Carlo "Lecter" Peano, il medico/alpinista che ha già partecipato al Desert Challenge in Cile; da Alessandro Beltrame, "video maker" di qualità, con un’attrezzatura impressionante compressa in uno zaino da scout e con una costante fame da lupo della steppa. Poi Bazakhan e Bathar, i due autoctoni che, oltre ad essere essenziali come traduttori e "diplomatici", hanno curato l'assistenza logistica della spedizione. Ed il sottoscritto.
Edi Orioli e il Desert Challenge Mongolia 2001
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