Road to Wheels and Waves, day 7: verso casa


Carlo Portioli mercoledì, 5 agosto 2015
Ore 8,00: il risveglio è traumatico. Aperte le tende si presenta uno scenario novembrino. Un cielo plumbeo rovescia un’acqua insistente sui tetti di Saint-Etienne. Sarebbe uno spettacolo gradevole e intimo se si potesse passare la giornata con la propria consorte a guardare fuori dalla finestra da sotto le lenzuola, ma dobbiamo fare 550km di autostrada.



Si cerca un posto per fare colazione e troviamo un baretto grazioso dietro l’angolo, che fa brioches graziose servite da una ragazza graziosa. Alla settima brioche a testa capiamo che è meglio mettersi in marcia se non vogliamo rischiare il coma diabetico.
Si paga e si caricano le moto.

Le moto hanno passato la notte in un parcheggio coperto. La preparazione dei mezzi e delle borse è meticolosa visto il clima. Ognuno controlla bene come i bagagli sono fissati, lo stato dei vestiti bagnati di ieri e la chiusura delle tute. Sembriamo una compagnia di veterani ormai. Niente ci preoccupa, le condizioni difficili comportano solo una maggiore attenzione nella preparazione, dopodiché siamo pronti a tuffarci nell’azione. Ci siamo quasi quando nel parcheggio dall’unica entrata/uscita in pochissimi istanti si abbatte il caos. Prima una donna su una macchina cerca di uscire, fa fatica a fare manovra perché le moto sono parcheggiate come se ci fossero cadute dalle tasche, allora Ale si propone: “Mi faccia salire che la manovra la faccio io!”. La tipa interpreta la proposta come una minaccia, si tappa dentro immediatamente e fissa davanti a sé un punto indefinito in prefetto stile insetto-stecco sotto attacco. Arriva Francy, le fa fare manovra, lei diventa uno stuntman professionista e in due giri di volante si dilegua. Appena uscita entrano in sequenza: furgone per manutenzione montacarichi, donna con macchina che si incastra in modo inestricabile con il furgone, seconda donna che blocca l’ingresso e fissa perplessa il “automotive-tetris” in corso davanti a lei. Noi capiamo che non c’è soluzione che non comporti l’intervento della Protezione Civile e svicoliamo sfruttando ogni centimetro di spazio, come le mosche quando trovano la finestra aperta.
Prima tappa: Harley-Davidson Saint-Etienne. Francy deve risolvere la questione della spia del motore prima di partire. Noi ne approfittiamo per scroccare caffè, aggirarci per il negozio, comprare magliette ricordo, bighellonare all’asciutto. Il meccanico sembra aver risolto il problema e ora siamo pronti per partire.
Ore 11.00: siamo in movimento. Autostrada fino a Lione e poi giù dritti verso il Frejus. Percorriamo circa 200 km pagando meno di 10 Euro su un’autostrada ben tenuta e non affollata. Le Alpi ci aspettano con l’intenzione di non farci rimpiangere i Pirenei. L’acqua viene giù a scrosci intermittenti ma ormai siamo preparati. La pioggia anche intensa è solo un fastidio in più che si gestisce con pochi, veloci movimenti per chiudere o aprire tuta. 
Arriviamo al Frejus: entrare in moto in una galleria così lunga è un’esperienza poco piacevole. Si va piano, si tengono le distanze: è un posto pericoloso dove nessuno può permettersi che succeda qualcosa. L’aria dopo pochi km inizia a scaldarsi, a farsi opprimente. Mentre respiri senti un peso sullo sterno, come se quello che stai mettendo nei polmoni non bastasse veramente ad alimentarti. A metà fa molto caldo e si respira male. Si guarda dritto nei fari di chi ti precede, si mantengono velocità e distanze, si cerca di pensare poco a dove si sia veramente, ai km di roccia sopra la testa, al fatto che la luce sia artificiale e che ci si trovi in un minuscolo budello dentro il ventre profondo di una montagna.
Ore 13.30: si esce e al primo autogrill si pranza con il cielo che regala sprazzi di sereno. Per non perdere le abitudini insieme ad Andrea imbottiamo l’ultima baguette con circa mezzo kg di brie. Nel nostro sangue ormai scorre una poltiglia densa che sfonda tutti i tetti di colesterolo riconosciuti dalla medicina. 
Ore 14.30: si riparte, cartello Italia. 

 
Ore 16.30: a Torino è giunta l’ora di separarsi. Chi Abita a Milano Nord decide di fare la MI-TO, chi abita a Milano Sud decide di fare la MI-GE, io vado altrove quindi prendo la TO-PC. Ho imparato a non farmi troppe domande sulla strada e sui meccanismi psicologici che portano a decidere quale sia la migliore da fare. Un caffè finalmente buono e ci salutiamo. Sopra di noi si stanno scontrando due enormi fronti temporaleschi. Qualche giorno fa questa cosa ci avrebbe preoccupato, oggi invece ci sembra che anche il cielo sia venuto a salutarci, anche lui in fondo è stato un compagno di viaggio fedele che ha contribuito con la sua imprevedibilità alla nostra storia.
Ore 19.30: dopo diversi sciacquoni, dopo aver sbagliato l’uscita, dopo aver impostato il navigatore su Google Maps che, per spirito corporativo con il Tom Tom decide di farmela pagare, dopo aver percorso strade nei campi dai nomi improbabili tipo “Via degli argini”, arrivo in box.
Apro, tiro giù il cavalletto, tolgo il casco e gli indumenti da moto mentre penso che sono passati 2620Km dall’ultima brioche di Nando, ma soprattutto sono passati 7 giorni che sembrano usciti da un bel racconto, come succede solo a chi e’ fortunato.
Penso che la fortuna non sarà per sempre e che è proprio la fragilità a rendere certi momenti ancora più belli e significativi. Mentre penso a tutto questo alle mie spalle sento un leggero rumore, mi giro e uno splendido scarabeo verde smeraldo si è appena appoggiato sul pavimento del box. Lo porto delicatamente fuori e chiudo.




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