Le leggende dell’Ottanata


Lorenzo Cascioli venerdì, 16 giugno 2017
Da Albino ad Albenga, dalla Bergamasca al mare. Tre giorni in moto per un viaggio che in autostrada si poteva fare in tre ore. Avventura in maxienduro tra minuscole stradine, guadi e boschi in un tripudio di GS, KTM e Africa Twin. Signore e signori, ecco l'Ottanata by Acerbis



Il vecchio trattore è messo lì di sbieco e blocca la strada sterrata. La cabina è vuota. Sembra abbandonato. E invece no. È acceso. Dietro ha una specie di pompa che butta giù acqua nel canaletto di irrigazione. Scusate il linguaggio poco tecnico, non me ne intendo di queste cose, io sono uno di città. So solo che fa un fracasso infernale e che io non riesco a passare con la moto. “Arrivo, arrivo”. Dal nulla si materializza il contadino su un Ciao. Le gambe magre magre. La pelle bruciata dal sole. In ciabatte e senza casco, come facevano i nostri nonni. Era una vita che non vedevo questa scena. Siamo nella Bassa, la campagna lombarda delle zanzare e dell’ossobuco. Facili sterratoni polverosi, immense cascine. È il tramonto di un venerdì qualunque. Fra un po’ vien già la sera e noi siamo tutti impegnati nella nostra Ottanata.

Escursionisti a piedi, a cavallo, in mountain bike. Ogni tanto incontriamo qualcuno. “Dove andate?” ci chiedono. “Non lo sappiamo”. Non lo sappiamo davvero. Abbiamo sul manubrio il Tripy, un aggeggio elettronico che funziona come i road-book di carta. Ti mostra delle immagini stilizzate e tu capisci che devi girare dopo il secondo albero a sinistra, tenere sulla destra un masso gigante, attraversare quel guado con una casa diroccata di fianco. Non c’è una traccia GPS da seguire, non c’è una mappa. Il percorso è segreto, sappiamo solo che dovremo arrivare ad Albenga. Siamo partiti da Albino. Dalle valli bergamasche alla Liguria, due mondi che non c’entrano niente. Di mezzo 500 km di sterrate, sentieri, boschi, pietraie e asfalto. Gli argini del Ticino. Il Po e poi l’Oltrepo, che sembra un gioco di parole ma è tutto vero.

L’Oltrepo - dicevo - con le sue colline, i vigneti e i calanchi. Tutto a misura di maxienduro. O se preferite “Off’n’road”, come dice il claim dell’Ottanata. Partire scaglionati e navigare vuol dire che ogni tanto ci si incontra lungo il percorso, si fa un pezzo in compagnia, ci si perde, poi ci si rivede a pranzo e a cena. Si mangia e si dorme tutti insieme come in gita del liceo. Una sera ci scappa pure la festa di compleanno con magnum di Franciacorta. Il morale è alto. Siamo una trentina di moto, una allegra combriccola suddivisa in team dai nomi coloriti: Penduro, Gabibbos, Petrol Heads, Watchers, Fratelli Tasselli. Più professionale la squadra ufficiale della GS Academy. Tutti devono cercare di seguire più fedelmente possibile le note del Tripy. Vince chi sbaglia meno, non chi va più forte. Ecco le poche regole dell’Ottanata. Il tutto ovviamente prende il nome dalla linea di abbigliamento Ottano, prodotta da Acerbis, che ha sede ad Albino. Franco Acerbis in persona ci accoglie nel paddock ricavato all’esterno dell’azienda. Non si limita a fare i convenevoli, ma rimarrà con noi per i tre giorni. Meriterebbe un pezzo solo lui, e lo faremo.

Il contadino in motorino mi ha fatto tornare in mente quei beduini con i vecchi Peugeot e Mobylette che incontri nel deserto. Anche loro in ciabatte e senza casco. Spuntano da dietro una duna e vanno chissà dove. Una volta ero in Tunisia. Dovevamo andare da Douz a Ksar Ghilane. Io di mio avrei tirato dritto, una linea retta. “Tanto è tutto deserto – pensavo – meglio fare la strada più corta”. Non sapevo che di mezzo c’era un cordone di dune insormontabile, dove ci saremmo insabbiati come polli, noi e le nostre moto tassellate. E infatti il tunisino che ci accompagnava ci fece fare un giro largo, con una ampia pancia a sud.

Ecco, per Andare da Albino ad Albenga potevamo tirare una bella riga dritta, infilarci in autostrada e festa finita. E invece no. Tre giorni per una roba che gli altri fanno in tre ore. Il bello è che più o meno siamo sempre a un’oretta da quella Milano che per noi è il centro dell’universo (nel viaggio siamo perlopiù milanesi, quindi milanocentrici). Ma la metropoli fighetta ed efficiente sembra lontana anni luce. Nelle nostre stradine di campagna, nei nostri paesini siamo davvero fuori dal tempo. L’Ottanata è diventata il nostro mondo, con i suoi piccoli grandi eventi. Un giorno si sparge la voce che hanno bucato due GS. Per entrambi una foratura laterale con la gomma tagliata da una pietra aguzza. Tutto sotto controllo, ci dicono, stanno già riparando con l’aiuto del team che arrivava dietro. Ci si dà una mano l’un l’altro. Nei punti difficili – pochi – ci si aspetta, per vedere che siano passati tutti.

Caravanserraglio, parola che evoca posti lontani e misteriosi. Qui i viandanti si fermavano, qui si faceva il cambio cavalli. Ci sono ancora le scuderie e il fieno, ci sono ancora i cavalli e ci sono anche tutti i comfort di quello che è oggi un agriturismo. Pian della Castagna ci accoglie sporchi e affamati. Nicola Poggio di HATventure ha tracciato il percorso e fa il briefing per la tappa di domani. Lui è da sempre un malato di questo mondo qui di moto africane, di serbatoi maggiorati, di avventure. Anche se io l’ho già sentita 12 volte, gli chiedo di raccontare ai ragazzi la storia della prima Yamaha XT 600 Ténéré. Non della moto di per sé - quella la sanno tutti - ma proprio del primo esemplare sbarcato sul suolo italiano per l’omologazione. Gli si illuminano gli occhi e inizia a parlare.

Nicola ha lavorato in Yamaha ai tempi d’oro. E allora tira fuori anche l’aneddoto della Dakar 1996, quando combinò il matrimonio tra Edi Orioli e Yamaha Belgarda. “Eravamo a Tambacounda e il giorno dopo si partiva per l’ultima tappa…”. Una mirabolante storia che passa dai carburatori intasati di gasolio della bicilindrica di Peterhansel alla incredibile sponsorizzazione last minute di Chesterfield. Stappo una birretta e mi metto comodo, perché so che ci vorranno almeno tre quarti d’ora. Prima di andare a dormire faccio un giro a vedere le moto, infangate e parcheggiate fianco a fianco. Tutto intorno il silenzio totale e il buio dell’entroterra ligure.

Come nel deserto. Il caravanserraglio è il nostro bivacco. Il casco da cross è una figata perché non filtra i rumori. Do delle manate di gas al mio GS 800 e mi sembra che tuoni come la Ducati 888 di Doug Polen. Un rombo pieno e godurioso. L’Appennino ligure ci offre dei clamorosi tratti asfaltati con pieghe e contropieghe da orecchie per terra. Con un po’ di attenzione perché siamo tutti tassellati, certo, ma ce la spassiamo alla grande. Mappatura Road. Davanti a me tuonano i Fratelli Tasselli con i loro KTM 1190. Sia fatto santo chi ha disegnato queste strade, ma anche chi ha inventato le maxienduro. Poi il Tripy ci rimanda nella polvere. Sabbia e aghi di pino sotto le ruote, un toboga all’ombra della pineta con tanto di appoggi dove fare sponda con la moto. Sembra una pista da bob. Mappatura Enduro e mi pappo anche questa.

A un certo punto mi ritrovo in cresta. Vista a 360°. Profumo di pini marittimi. Il Mediterraneo, ci siamo. Mi alzo in piedi sulle pedane e cerco il mare all’orizzonte. Colline, coline, colline. Si sente il mare, ma ancora non si vede. E allora avanti, prima o poi ce la faremo. I calli alle mani si sentono e il polso si fa meno strafottente del primo giorno, quando nel piattone della bassa innescava innocui deraponi tanto per giocare. Adesso si guida concentrati, attenti a dove si mette la ruota davanti in quel guado invitante quanto traditore, chissà mai che non nasconda un sasso che ci fa chiudere l’avantreno. Seguire il letto di un fiume e pucciare le ruote nell’acqua fresca è uno dei grandi regali dell’Ottanata.

I chilometri vanno, la mente si perde e a un certo punto iniziano a comparire le scooteriste abbronzate con le infradito. Siamo al mare. Un baretto da spiaggia è la nostra meta finale. I Fratelli Tasselli festeggiano la vittoria, tutti ci spogliamo per un tuffo. E solo ora, nonostante la meticolosa attenzione con cui avevo curato ogni dettaglio della spedizione, mi rendo conto di aver commesso un gravissimo errore tecnico. Ho dimenticato il costume da bagno. Vabbé, me lo ricorderò per l’edizione 2018.