Giacomo Agostini, il mito compie 75 anni


Marco Gentili venerdì, 16 giugno 2017
Oggi Ago spegne 75 candeline. È stato - al netto dei titoli vinti - il più grande pilota motociclistico di tutti i tempi: il primo a diventare una star, il primo a saper gestire la popolarità e soprattutto il primo a professionalizzare la figura del pilota



Il più grande di tutti i tempi: 15 titoli iridati da pilota e sei da team manager. Tutti gli altri, Valentino Rossi compreso, non possono far altro che prenderne atto. Giacomo Agostini è il mito più inarrivabile che ci sia. E oggi che compie 75 anni, anche noi vogliamo ricordare la grandezza di Mino, autentica leggenda vivente.

Nato sportivamente con le gincane e le gare in salita, Giacomo Agostini debutta nella Trento-Bondone del 1961 in sella alla sua Moto Morini Settebello con cui correva da privato. Quel secondo posto gli aprì una fortunata carriera: l’anno seguente venne notato da Alfonso Morini durante una Bologna-San Luca che vinse con una moto di serie. La storia poi è fatta di coincidenze: Tarquinio Provini lasciò la Morini per la Benelli, liberando un posto di prima guida. E fu così che Ago debuttò nelle gare internazionali in 250.

Poi nel 1965 Agostini approdò in MV Agusta, grazie alla segnalazione di Carlo Ubbiali che parlò bene di lui al Conte Agusta. Il primo incontro, come ricorda ancora oggi Ago, non fu dei migliori: “Mi fece aspettare moltissimo tempo in anticamera e, quando mi dette udienza, mi disse a bruciapelo: ‘E tu cosa sei qui a fare?’”. Il resto della storia la conosciamo tutti: Agostini, assieme al Reparto corse capeggiato da Arturo Magni e composto da tecnici eccezionali (come Carmelo Ereddia, il primo “elettronico” della storia del Motomondiale) dette vita a un dream team capace di dominare dal 1966 al 1973. In quel periodo Ago vinse 7 titoli in 500 e altrettanti in 350, vincendo tutti (o quasi) i GP a disposizione.

Nel 1973 Agostini “tradisce” MV Agusta per accasarsi alla Yamaha, che lo conquistò con un ingaggio faraonico per l’epoca (300 milioni di lire all’anno). E anche qui arriva subito un titolo in 350 nella stagione del debutto, seguito dalla storica affermazione alla 200 Miglia di Daytona, dove mise in fila i pesi massimi del motociclismo americano, e dall’ultima affermazione, quella in 500 del 1975.

Pilota attento, tecnico irreprensibile, metodico in pista e viveur fuori dalle gare, ma soprattutto ottimo manager di se stesso: la carriera di Agostini non ha mai conosciuto la parola fine, anche una volta abbandonate le gare. Come testimonia la lunga e fruttuosa esperienza come direttore sportivo del Team Marlboro-Yamaha: 14 anni e sei titoli (tre piloti con il suo Eddie Lawson e altrettanti da costruttori).

Ma oggi che, a 75 anni, il suo ruolo è quello di padre nobile, di leggenda vivente del Motomondiale (oltre che di opinionista e testimonial), che cosa rimane di Giacomo Agostini? Cosa ha rappresentato per il mondo delle due ruote questo ragazzo di Lovere il cui padre non aveva molta voglia che corresse in moto? Senza dubbio, Ago è stato un precursore. È stato il primo pilota-star, colui che prima di altri ha capito l’importanza del business nel motociclismo, l’importanza degli sponsor, il valore dei soldi. È stato il primo a diventare un personaggio pubblico a tutti gli effetti, come testimoniano le cronache rosa del tempo, sempre molto attente a seguire le sue numerose avventure sentimentali.

Ma Agostini – senza voler ridurre il personaggio a una mera macchina da soldi - è stato anche il primo a professionalizzare la figura, fino ad allora più eroica e romantica, del pilota: le ricognizioni in pista, le lunghe riunioni di messa a punto coi tecnici, l’attenzione maniacale alla preparazione della gara, la cura della forma fisica sono state applicate da lui in modo metodico. Insomma, senza di lui non avremmo avuto i Kenny Roberts, i Barry Sheene, i Mick Doohan e i Valentino Rossi. Senza di lui il motociclismo sarebbe stato tutta un’altra cosa.